Un governo in abiti civili in Myanmar, ma anche l'opposizione si riorganizza
Approvato oggi un esecutivo comunque dominato dai militari dopo le elezioni giudicate una farsa dalla comunità internazionale. Ma mentre il generale Min Aung Hlaing rafforza il suo potere cambiando solo vestito, l'opposizione in esilio e i gruppi etnici che combattono sul campo si uniscono in una struttura politica comune.
Yangon (AsiaNews) - Nella capitale Naypyidaw, la giunta militare ha completato la transizione formale verso un governo all’apparenza civile sotto il controllo del generale Min Aung Hlaing, nominato presidente il 3 aprile, mentre in altre aree del Paese le forze che resistono contro questo regime stanno cercando di riorganizzarsi per proporre un’unione democratica e federale.
Questa mattina il Parlamento - dominato dal partito filo-militare USDP, che ha prevalso alle elezioni farsa che si sono tenute tra dicembre e gennaio - ha approvato anche una lista di 30 ministri. La maggior parte degli incarichi è stata affidata a ex ufficiali militari o a figure già che facevano già parte della precedente amministrazione. Il generale Tun Aung, già capo dell’aeronautica, è passato al ministero della Difesa, mentre l’ex ambasciatore in Cina, Tin Maung Swe, agli Esteri. Pechino ha espresso il proprio sostegno al nuovo presidente, sottolineando la continuità delle relazioni bilaterali.
La transizione è stata a tutti gli effetti una formalità studiata per legittimare il potere militare in veste civile dopo che il 30 marzo Min Aung Hlaing si è dimesso dalla carica di comandante in capo delle forze armate, una mossa necessaria per rispettare la Costituzione del 2008, redatta dai militari stessi, che vieta ai militari in servizio di assumere la presidenza.
Il comando del Tatmadaw (l’esercito birmano) è passato al generale Ye Win Oo, figura chiave dell’intelligence militare, la cui rapida ascesa evidenzia gli stretti legami personali con Min Aung Hlaing. Nel suo primo intervento, Ye Win Oo ha ribadito la fedeltà alla dottrina promossa dall’attuale presidente (“Study, Train, Comply”), in piena continuità operativa. Il generale Kyaw Swar Lin è stato nominato vice comandante in capo, sostituendo Soe Win, che secondo molti analisti è un possibile rivale di Min Aung Hlaing. L’attuale riorganizzazione consolida il controllo dell’esecutivo sulle forze armate, riducendo al minimo il rischio di dissenso interno.
Ma mentre Naypyidaw ricostruisce la propria facciata istituzionale, in altre parti del Paese sta provando a prendere forma un progetto politico alternativo. Nelle regioni periferiche e nei territori contesi, le forze democratiche e i gruppi armati a maggioranza etnica che combattono contro il regime, stanno consolidando un’inedita alleanza politica e militare con l’obiettivo di costruire un’unione federale.
Sempre il 30 marzo, il Governo di unità nazionale (NUG) in esilio, composto da ex deputati appartenenti alla Lega nazionale per la democrazia di Aung San Suu Kyi (arrestata durante il colpo di Stato del 2021 e di cui non si hanno più notizie), ha annunciato la creazione dello Steering Council for the Emergence of a Federal Democratic Union (SCEF), un organismo che trasforma la resistenza da alleanza militare informale in una struttura politica istituzionalizzata.
Il nuovo consiglio riunisce attori chiave dell’opposizione: il NUG, il Committee Representing Pyidaungsu Hluttaw (CRPH), espressione dell’ultimo parlamento eletto democraticamente nel 2020, e le principali organizzazioni etniche armate, tra cui la Kachin Independence Organization, la Karen National Union, il Karenni National Progressive Party e il Chin National Front.
Il progetto vuole porre al centro le entità federali e le organizzazioni etniche già esistenti, in accordo con il popolo e riconoscendo il ruolo centrale delle donne. Proprio su quest’ultimo punto ha insistito il leader della KNU, Padoh Saw Kwe Htoo Win, sottolineando come la partecipazione femminile sia essenziale per il successo di una futura unione federale.
Il SCEF si è posto inoltre sei obiettivi fondamentali: eliminare la dittatura, garantire il controllo civile sulle forze armate, abolire definitivamente la Costituzione del 2008, redigere una nuova carta federale democratica, costruire lo Stato su nuove basi e avviare processi completi di giustizia transizionale.
Secondo il Special Advisory Council for Myanmar, che riunisce osservatori esperti, si tratta di uno sviluppo “tempestivo e significativo”, che merita il riconoscimento e il sostegno della comunità internazionale, che dovrebbe andare di pari passi con l’interruzione dei rapporti con il regime militare di Naypyidaw.
Il NUG ha quindi adottato un approccio pragmatico, lasciando alle forze etniche il comando delle operazioni nei rispettivi territori e in particolare negli Stati Kachin, Karen, e Kayah, dove i gruppi etnici spesso collaborano con le Forze di difesa popolari (PDF).
Foto: Carsten Yangon / Shutterstock.com
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