Unrwa: Gaza ‘dimenticata’. Situazione umanitaria ‘fragile e preoccupante’
Conflitto con l’Iran, crisi del Golfo e attacchi devastanti in Libano oscurano il dramma della Striscia. Oltre 21mila minori uccisi, quasi 45mila feriti, almeno 58mila hanno perso uno o entrambi i genitori. Mancano acqua potabile e medicine, si diffondono le malattie infettive. Il sistema di aiuti è paralizzato. Pesano le restrizioni imposte da Israele, mentre Hamas è indebolito ma non disarmato.
Milano (AsiaNews) - Un quadro, se possibile, ancora più cupo della crisi umanitaria nella Striscia di Gaza. È ciò che emerge dal 216° rapporto dell’Unrwa (Agenzia Onu per i rifugiati palestinesi), aggiornato all’8 aprile. Mentre l’attenzione dell’opinione pubblica internazionale si sposta verso altri terribili contesti mediorientali di guerra, nella Striscia i combattimenti (tranne qualche breve parentesi) non si sono fermati: attacchi aerei, bombardamenti e scontri a fuoco continuano a colpire aree densamente popolate, in particolare nella parte orientale di Gaza City, ma anche nei pressi di Khan Younis e Al Mawasi. Il bilancio umano, già drammatico, continua ad aggravarsi in modo costante, anche perché Hamas, seppur gravemente indebolito, dopo il nuovo piano presentato il 19 marzo scorso dal diplomatico bulgaro Nikolaï Mladenov (Alto rappresentante per Gaza all’interno del Board of Peace voluto da Donald Trump) sembra piuttosto renitente al disarmo. Tanto più ora che tutto ciò che si trova a est della “linea gialla” è di fatto occupato dall'esercito israeliano.
Secondo i dati riportati dal rapporto Unrwa, tra il 7 ottobre 2023 e l’inizio di aprile 2026 oltre 72 mila palestinesi sono stati uccisi e più di 172 mila feriti. L’Ufficio Centrale di Statistica Palestinese, dati aggiornati al 6 aprile 2026, precisa che dal giorno in cui Israele ha avviato la sua offensiva militare su Gaza, sono stati uccisi 21.283 minori (tra di essi 450 neonati, 1.029 bambini sotto l’anno di età, 5.031 con meno di cinque anni). Il 30% di tutte le vittime e il 26% dei feriti registrati nella Striscia. Le conseguenze fisiche per chi è sopravvissuto sono devastanti: 44.486 bambini sono rimasti feriti, 10.500 hanno riportato disabilità permanenti e più di mille hanno perso uno o più arti. Sono 58mila i minori che hanno perso uno o entrambi i genitori. Colpisce anche il dato relativo al personale umanitario: quasi 400 operatori legati all’Unrwa hanno perso la vita dall’inizio delle ostilità, segno della pervasività delle operazioni militari anche in contesti, come le agenzie umanitarie, teoricamente protette dal diritto internazionale.
Sul piano sanitario, la situazione è sempre più fragile e preoccupante. Il sovraffollamento, la carenza di acqua potabile e il deterioramento dei sistemi fognari stanno creando un ambiente ideale per la diffusione di malattie infettive. Si registrano sempre più numerosi i casi di scabbia, infezioni cutanee, dermatiti e infestazioni da pidocchi e pulci, mentre la presenza di roditori favorisce la trasmissione di ulteriori patologie. In aumento anche episodi di diarrea acuta, disidratazione, epatite A e infezioni gastrointestinali legate al consumo di acqua non salubre o contaminata. Tra i bambini si osservano segnali crescenti di malnutrizione acuta e indebolimento del sistema immunitario. L’accesso a sapone, disinfettanti e prodotti igienici resta estremamente limitato, rendendo difficile qualsiasi forma di prevenzione.
A tutto ciò si aggiunge un problema strutturale sempre più evidente: la progressiva paralisi operativa del sistema umanitario. La mancanza di batterie, carburanti, lubrificanti e pezzi di ricambio sta compromettendo il funzionamento dei generatori, dei mezzi logistici e delle strutture sanitarie. Le misure di contenimento adottate (una su tutte, la drastica riduzione delle ore di elettricità) stanno solo ritardando un possibile collasso delle infrastrutture, rendendo sempre più difficile garantire servizi essenziali anche minimi.
Il tema degli sfollamenti resta centrale. Circa 67 mila persone vivono attualmente in 83 centri collettivi gestiti dall’agenzia Onu, mentre molte strutture si trovano ormai all’interno di aree militarizzate o soggette a restrizioni di accesso. Questo limita ulteriormente la capacità di fornire assistenza regolare e sicura, aumentando l’instabilità e l’esposizione della popolazione civile.
Parallelamente, le restrizioni imposte al personale internazionale stanno incidendo in modo decisivo sull’efficacia degli interventi. Da oltre un anno, l’ingresso nei Territori Palestinesi Occupati è di fatto bloccato per gli operatori stranieri. L’Unrwa continua a operare grazie a circa 11 mila dipendenti palestinesi a Gaza e oltre 4 mila in Cisgiordania, ma l’assenza di personale internazionale riduce significativamente le capacità di coordinamento, supervisione e raccolta fondi.
Ancora più rilevante è il blocco diretto degli aiuti. Dal marzo 2025, l’agenzia non è più in grado di introdurre autonomamente beni umanitari nella Striscia, nonostante disponga di scorte consistenti nelle aree limitrofe. Il risultato è un paradosso operativo sempre più evidente: risorse disponibili ma impossibili da distribuire. In questo contesto, anche l’apertura di corridoi alternativi procede con estrema lentezza e tra molte difficoltà.
Negli ultimi giorni, alcune iniziative promosse dalle agenzie delle Nazioni Unite hanno cercato di aggirare almeno in parte queste limitazioni. Un primo carico di oltre 100 tonnellate di forniture nutrizionali salvavita è stato trasferito via mare attraverso un corridoio umanitario coordinato a livello internazionale, con arrivo nel porto israeliano di Ashdod e successiva preparazione per la distribuzione a Gaza. Si tratta di un passaggio operativo significativo, che punta a diversificare le rotte di accesso agli aiuti e a ridurre i «colli di bottiglia» logistici. Continuano anche le consegne via terra attraverso il valico di Kerem Shalom, attualmente l’unico operativo per le merci, con l’ingresso recente di centinaia di migliaia di litri di carburante indispensabili per mantenere attivi i servizi essenziali. Le agenzie umanitarie stanno inoltre cercando di sostenere una minima ripresa delle attività locali. Alcuni programmi promossi dalla Fao (l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura) hanno permesso a gruppi di agricoltori di tornare a coltivare, con l’obiettivo di produrre soprattutto ortaggi per alleviare parzialmente l’insicurezza alimentare. Ma si tratta di una goccia nel mare del bisogno.
In questo scenario si inserisce anche l’esperienza, controversa e ormai conclusa, della Gaza Humanitarian Foundation (Ghf). Nata nel febbraio 2025 con il sostegno dei governi israeliano e statunitense, l’organizzazione si proponeva di distribuire aiuti umanitari aggirando il sistema delle Nazioni Unite. Fin dall’inizio, però, il modello operativo si è dimostrato gravemente fallace. La concentrazione degli aiuti in pochi centri di distribuzione, situati in aree militarizzate, ha esposto la popolazione civile a rischi elevatissimi. Numerosi episodi di violenza si sono infatti verificati proprio nei pressi di questi punti di distribuzione, con centinaia di civili uccisi mentre cercavano cibo. Diverse organizzazioni umanitarie hanno denunciato una gestione degli aiuti incompatibile con i principi di neutralità e sicurezza, parlando apertamente della Ghf come di uno strumento politico nelle mani di Israele per ridefinire il controllo sugli aiuti e sulla popolazione civile. Le operazioni dell'organizzazione sono state sospese dopo il cessate il fuoco dell’ottobre 2025 e sono terminate definitivamente nel novembre dello stesso anno, senza però che alle agenzie Onu sul territorio venisse permessa libertà di azione e di intervento umanitario.
In questo «girone infernale» che è ormai Gaza, il dibattito sul futuro dell’Unrwa assume un significato che va ben oltre la dimensione umanitaria. Le pressioni politiche e legislative per limitarne o eliminarne l’azione si inseriscono in una dinamica più ampia del conflitto. Smantellare l’agenzia significherebbe infatti rimuovere uno dei principali pilastri di sopravvivenza per la popolazione palestinese: assistenza sanitaria, istruzione, distribuzione alimentare e supporto sociale.
Privare Gaza delle infrastrutture gestite dall'Unrwa e rendere impossibile il sostegno umanitario equivale oggi, nei fatti, a rendere la vita quotidiana ancora più precaria e insostenibile, con l'obiettivo dichiarato di favorire l'esodo dei palestinesi. Insomma, la riduzione o l’eliminazione dell’Unrwa e il freno agli interventi delle agenzie umanitarie Onu non è affatto un elemento marginale, ma una componente strategica del conflitto: comprimere lo spazio umanitario fino a renderlo incapace di operare sembra, a ben vedere, un vero atto di guerra.
25/09/2018 11:11





