25/09/2013, 00.00
ISLAM - SOMALIA
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Vescovo di Mogadiscio: La missione evangelica unica risposta alla violenza di al-Shabab

di Simone Cantarini
Mons. Giorgio Bertin racconta la testimonianza della Chiesa nella terra in cui nascono i più violenti terroristi di al-Qaeda. Per il prelato "testimoniare il Vangelo significa donarsi all'iniziativa di Dio, partecipando insieme ai cristiani alle speranza e alle sofferenze di tutta la popolazione".

Roma (AsiaNews) -  "Dalla Somalia fino all'Iraq, passando per l'Egitto e la Siria, i cristiani sono spesso perseguitati, fuggono. In molti li considerano un corpo diverso dalla maggioranza musulmana. Molti leader religiosi estremisti cercano di ostacolare la loro presenza ed esistenza in questi Paesi, spesso unica opposizione all'odio e alla violenza perpetrato dagli estremisti islamici". È quanto racconta ad AsiaNews  mons. Giorgio Bertin, vescovo di Gibuti e Amministratore Apostolico di Mogadiscio. Da anni, il prelato segue le piccole comunità cattoliche dei due Paesi che vivono in un mondo dominato dall'estremismo islamico, dall'anarchia e dalla violenza dei terroristi.

"In Somalia - racconta - la popolazione è vittima del caos e della crudeltà attuata dalle corti islamiche e dal movimento al-Shabab che esporta terroristi in tutto il mondo". Lo scorso 21 settembre, il gruppo terrorista che lotta per fondare uno Stato islamico nel Corno d'Africa, ha attaccato il centro commerciale Westgate mall di Nairobi (Kenya), tenendo sotto sequestro per tre giorni centinaia di persone. L'assalto condotto da almeno 20 terroristi si è concluso con un bilancio di oltre 60 morti e centinaia di feriti.

Mons. Bertin fa notare che "dalla Somalia fino all'Iraq i cristiani sono spesso considerati un corpo diverso dalla maggioranza musulmana e vivono una forte pressione sociale contraria alla loro presenza". "Quello che noi temiamo - spiega - sono i gruppi fanatici che perseguono un'ideologia religiosa che non rappresenta il pensiero e l'idea della maggioranza della popolazione. La Somalia è l'esempio di come potrebbero divenire alcune aree del Medio Oriente in caso di un collasso delle istituzioni. Se l'autorità centrale non esercita il suo potere essi sono liberi di fare ciò che vogliono e hanno bisogno di una presenza dei cristiani per giustificare la loro aggressività".

Il prelato racconta che la domanda più frequente è il senso di fare missione in questi Paesi, dove chi è cristiano rischia la vita: "In Somalia vivono meno di 100 cristiani, in Gibuti sono circa 5mila. Spesso in occidente la gente si stupisce sui dati di questi luoghi: zero sacerdoti, meno di 100 cristiani, impossibilità di convertirsi al cristianesimo. Numeri che scoraggiano in apparenza la missione della Chiesa. Tuttavia, testimoniare il Vangelo in Stati come la Somalia significa donarsi all'iniziativa di Dio, partecipando insieme ai cristiani alle speranza e alle sofferenze di tutta la popolazione". Mons. Bertin spiega che "la missione è rivolta anzitutto ai musulmani che grazie alla presenza cristiana scoprono spesso un modo nuovo di vivere che risponde con l'amore all'odio e alla violenze imposta dalle ideologie degli estremisti islamici". "Purtroppo - continua - tale approccio non è misurabile. È solo con la fede e con la speranza che possiamo misurare il senso della nostra presenza". 

 

 

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