West Bengal: affluenza record dopo le cancellazioni dei nomi dalle liste elettorali
Il primo turno delle elezioni legislative, svoltosi ieri, è stato segnato dalle polemiche per la revisione delle liste elettorali, un procedimento che ha escluso milioni di cittadini, perlopiù musulmani, ma non solo. Mentre il governo centrale e statale si sono accusati reciprocamente, a essere più penalizzate dalla vicenda sono le persone appartenenti alle fasce vulnerabili.
Kolkata (AsiaNews) - Durante il primo turno delle elezioni legislative che si è svolto ieri in Bengala occidentale, si è registrata una storica affluenza alle urne del 92,03%. Il presidente della Corte Suprema dell’India, Surya Kant, ha parlato del “potere dei cittadini”, un’osservazione che arriva in un momento di estrema polarizzazione politica dopo una controversa revisione delle liste elettorali che in Bengala occidentale ha ridotto l’elettorato di oltre il 10%.
Le elezioni legislative - la cui seconda fase si svolgerà il 29 aprile - quest’anno rappresentano un banco di prova per la chief minister Mamata Banerjee e il suo Trinamool Congress (TMC), che puntano a un quarto mandato consecutivo dopo 15 anni di governo, mentre il primo ministro Narendra Modi e il Bharatiya Janata Party (BJP) hanno concentrato qui la campagna elettorale nel tentativo di vincere le votazioni in uno Stato dove finora non hanno mai governato. In Bengala occidentale si concentra circa il 14% dell’intera popolazione musulmana dell’India, di circa 172 milioni, e finora la retorica estremista indù non ha attecchito.
Ma il percorso verso queste elezioni è stato segnato da un duro scontro tra il governo statale e quello centrale sulla Revisione Intensiva Speciale (SIR) delle liste elettorali. Sebbene la Commissione Elettorale abbia sostenuto che l’obiettivo fosse “ripulire” le liste da nomi di persone decedute o dai duplicati, il Bengala occidentale è l’unico Stato dove la revisione è stata condotta una seconda volta, portando alla cancellazione di 9,1 milioni di nomi, perlopiù riferiti a persone di etnia e lingua bengalese e fede musulmana (ma non solo).
La retorica politica attorno alla SIR è stata incendiaria negli ultimi mesi. Il ministro dell’Interno indiano, Amit Shah, ha giustificato l’operazione come essenziale per la sicurezza nazionale, utilizzando il termine “infiltrati” in senso dispregiativo per riferirsi agli immigrati musulmani irregolari provenienti dal Bangladesh. Shah ha sostenuto che questa “pulizia” fosse necessaria per evitare che il sistema democratico venisse “contaminato”. Il TMC e vari critici hanno invece condannato le cancellazioni come un “crimine costituzionale” e un “genocidio politico senza sangue”. La deputata del TMC Sagarika Ghose ha affermato che il diritto di voto è stato “strappato” ai più poveri, ai vulnerabili e alle minoranze.
Per completare l’operazione è stato utilizzato un algoritmo di intelligenza artificiale che avrebbe dovuto individuare “discrepanze logiche” nei dati elettorali. Ma secondo alcuni esperti, come l’ex commissario elettorale S.Y. Quraishi, questo strumento era “inadatto allo scopo”, perché tra gli errori che sono stati segnalati, per esempio, rientravano anche le lievi variazioni ortografiche dei nomi bengalesi o le famiglie con più di cinque figli, cancellate dalle liste. Anche personalità di alto profilo, come il premio Nobel per l’Economia Amartya Sen, sono state per esempio cancellate e hanno dovuto dimostrare di essere cittadini indiani, un procedimento che va a svantaggio delle popolazioni nelle aree rurali, che spesso non hanno i documenti necessari, lasciando alcune famiglie in un limbo legale.
Nel distretto di Murshidabad, dove si è votato ieri e che conta quasi 11 lakh (1,1 milioni) di lavoratori migranti, circa 455mila persone sono state rimosse dalle liste. Un reportage della testata progressista The Wire, racconta come i lavoratori migranti sono tornati in fretta ai loro villaggi dagli altri Stati indiani, temendo che la cancellazione dalle liste elettorali potesse portarli a essere etichettati come “stranieri” o “nemici della nazione”. Un uomo ha raccontato che i suoi datori di lavoro in Orissa lo hanno minacciato di non dargli più lavoro se non fosse stato in grado di dimostrare di aver votato, dicendogli: “Se non siete elettori, allora dovete essere bengalesi del Bangladesh”. In altri Stati confinanti con il Bangladesh si sono registrate espulsioni di persone con cittadinanza indiana accusate di essere “straniere” per il semplice fatto di parlare bengalese.
Nonostante la Corte Suprema abbia ordinato l’istituzione di 19 tribunali per esaminare i ricorsi, il sistema non ha retto il numero di richieste. Su oltre 3,4 milioni di ricorsi presentati, solo tra 136 e 139 persone sono state autorizzate a votare nella prima fase. Il giudice Joymalya Bagchi, commentando lo scontro politico tra governo centrale e statale ha citato un proverbio bengalese: “Quando i re combattono, sono i poveri a soffrire e morire”.
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23/02/2023 10:29





