14/02/2023, 08.52
RUSSIA-GERMANIA
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‘Non sono stato io, è stato Putin’

di Vladimir Rozanskij

Il “Teatro russo” di Berlino mette in scena spettacolo sulla guerra in Ucraina. Costruito sulla falsariga della storica rappresentazione “Non sono stato io, è stato Adolf Hitler”. Cerca di capire cosa pensano del conflitto la maggioranza dei russi. “La Russia riuscirà a rialzarsi sulla strada del pentimento”.

Mosca (AsiaNews) – Il regista russo Grigorij Kofman ha presentato al Theater Forum Kreuzberg di Berlino uno spettacolo artistico-documentale intitolato “Non sono stato io, è stato Putin”. Il titolo riprende quello della storica rappresentazione “Non sono stato io, è stato Adolf Hitler”, in scena tutti i giorni dal 1974 nel piccolo teatro berlinese del quartiere Charlottenburg, visto da migliaia di ragazzi.

Il progetto di Kofman riporta le voci dei suoi compatrioti sulla guerra in Ucraina. Ha origine a San Pietroburgo, sua città natale, ma vivendo in Germania ha pensato di rivolgerlo al pubblico tedesco nella loro lingua, e non ai suoi connazionali. Ogni giorno gli 80 posti a disposizione sono sempre esauriti, grazie anche alla sensibilità dei berlinesi per i grandi avvenimenti politici internazionali. Il regista spiega ai giornalisti di Radio Svoboda che “la natura verbale del teatro di prosa non è molto duttile, anzi è statuaria, ed è importante pronunciare le parole giuste, che non diano adito a fraintendimenti”.

La recita ha iniziato a comporsi subito dopo il 24 febbraio di un anno fa, “mettendo insieme tutte le emozioni del regista e degli attori, che sono in realtà dei co-autori”. Orientandosi sulle “splendide e sorprendenti esperienze” del Teatr.doc di Mosca, con i suoi direttori Mikhail Ugarov e Elena Gremina, Kofman si è poi messo al lavoro nel “Teatro russo” di Berlino, dove vive dal 1993. Raccogliendo le notizie di cronaca ha costruito intorno a esse un materiale drammatico, insieme all’amico drammaturgo Vladimir Reznik che vive negli Usa.

È stata così individuata la chiave per leggere i tragici avvenimenti della guerra, “non le nostre impressioni personali, ma attraverso un lavoro su sé stessi, abbiamo cercato di capire quello che pensa la maggioranza dei russi, sia quelli che sono d’accordo con l’aggressione sia quelli che la giustificano con il loro silenzio”, spiega Kofman. Dietro una tenda di cellophane i protagonisti ripetono stereotipi diffusi sulle minacce statunitensi, il “fascismo ucraino” e il sostegno a Putin, per evidenziare la responsabilità di ciascuno e di tutti nella guerra.

Non si tratta peraltro di denunciare una “responsabilità collettiva” anonima, buona per tutte le varianti di posizione, ma il “coinvolgimento della persona” di fronte a eventi così sconvolgenti. L’attrice principale è Maria Žarkova, una russa venuta in Germania da ragazzina e poi tornata in patria per gli studi, che ha raccolto le conversazioni con gli amici, i colleghi e i parenti, raccogliendo interviste per strada in Russia e in Germania. Per lo più si tratta di spaventose testimonianze di sostegno al regime putiniano e sostegno alla guerra, a cui si accostano le repliche raccolte nella cucina di un appartamento di San Pietroburgo, tra un bicchiere di vodka e un piatto di “pelmeny” insieme a tre amici: il senzatetto Goša, il farmacista Kuleš e l’artista (sotto pseudonimo) Zinaida Serebrjakova, interpretati da altri tre attori.

Gli ultimi due rappresentano l’intelligentsija pietroburghese che nega la realtà, finché non arriva all’improvviso una conoscente, Anja, che comunica con rabbia la notizia della morte del suo caro amico Matvej, ucciso in Ucraina. Questo provoca un attacco di panico, che si trasforma in una lite tra ubriachi, a cui si intrecciano nello spettacolo le immagini della propaganda del Cremlino e le interviste originali, sul confronto tra traditori e fuggitivi, attivisti e poliziotti, in quadro collettivo di disperazione e scarico collettivo delle colpe.

Kofman non teme i rimproveri dei connazionali, che lo accusano di non capire la realtà attuale della Russia: “In tutti questi anni ho viaggiato molto per la Russia, e credo di capire molto di più rispetto agli ubriachi che si rifugiano in cucina, pensando di rappresentare l’intero popolo russo”.

La visione del futuro del Paese del regista è segnata da un “profondo pessimismo”, per cui “serviranno almeno 40 anni di espiazione, se mai la Russia riuscirà a rialzarsi sulla strada del pentimento”. La rappresentazione riporta alle discussione dei tempi della rivoluzione bolscevica, e della distanza dell’intelligentsija dalla realtà, ma Kofman vuole credere che “il popolo possa riconoscere la propria colpa, a partire dalle contraddizioni che lacerano l’anima di ciascuno di noi”.

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