14/04/2015, 00.00
ASIA
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Traffico di armi: Riyadh al primo posto nella classifica mondiale

L’Istituto di ricerca sulla Pace Internazionale di Stoccolma ha stilato la classifica dei 15 maggiori Paesi che hanno comprato e venduto armi nel 2014. Nelle prime posizioni si trovano Arabia Saudita, Cina, India e Giappone. Il Regno saudita fornisce armi ai militanti in Siria e conduce la coalizione anti-Houti in Yemen. Paesi Nato non aumentano il budget per la difesa. La Cina fornisce dati falsati.

Stoccolma (AsiaNews) – Nel 2014 l’Arabia Saudita è stato il Paese che ha investito di più (in percentuale) nel campo della Difesa, circa il 17% del budget annuale (80,8 miliardi di dollari); seguono la Cina con il 9,7% (216 miliardi di dollari) e la Russia con l’8,1% del bilancio (84,5 miliardi). Al contrario, gli Stati Uniti sono gli unici ad aver diminuito le proprie spese militari (il 6,5%), anche se rimangono al primo posto con 610 miliardi di dollari.

A riferirlo è il rapporto annuale dell’Istituto di ricerca sulla Pace internazionale di Stoccolma (Sipri), cha ha stilato la classifica dei 15 Paesi che spendono di più a livello mondiale nella compravendita di armi. Mentre gli Stati asiatici hanno aumentato la loro capacità militare - con l’India che si posiziona al settimo posto e il Giappone al nono (confermando i dati del 2013) - gli Stati Uniti hanno diminuito del 20% il budget per la difesa rispetto al 2010.

Secondo il rapporto del gruppo di ricerca, il cambiamento è da attribuire alla situazione politica mondiale. In particolare il rapporto cita l’annessione della Crimea da parte della Russia nel marzo 2014 e le continue tensioni per le dispute territoriali nel Mar Cinese meridionale e orientale. Per quanto riguarda l’Arabia Saudita, essa continua a fornire armi ai militanti in Siria, si è unita alla coalizione contro lo Stato islamico (IS) guidata dagli Stati Uniti e il mese scorso ha condotto degli attacchi contro i ribelli sciiti Houti in Yemen.

I dati del rapporto non contengono gli aggiornamenti dovuti alla caduta del prezzo del petrolio, avvenuta alla fine del 2014. I ricercatori ritengono che molti Paesi esportatori di petrolio in Medio Oriente sapranno resistere agli impatti negativi della crisi grazie alle “solide riserve finanziarie” che essi hanno accumulato duranti gli anni.  Lo stesso non si può dire per la Russia, che aveva pianificato la spesa militare del 2015 prima dell’inizio della crisi in Ucraina.

Il Cremlino infatti ha deciso di tagliare il budget per la difesa a causa della grave crisi economica in corso: “La caduta del prezzo del petrolio e del gas e le sanzioni economiche hanno ridotto le entrate in modo sensibile. Tutto ciò ha portato ad una svalutazione del rublo. Il risultato è stato la riduzione del 5% rispetto al bilancio iniziale, che prevedeva una spesa di 69 miliardi di dollari”.

Nonostante le difficoltà economiche, il governo di Mosca prevede ancora un aumento significativo delle spese militari nel 2015, pari al 15% del Pil - cioè quanto deciso all’inizio. Al contrario, il documento riporta che i Paesi della Nato non aumenteranno le loro risorse in campo militare. La maggior parte dei Paesi dell’Europa centrale e occidentale testimoniano un trend negativo, dovuto alle continue politiche di austerità, mentre le Repubbliche Baltiche e i Paesi dell’Europa dell’est e del nord aumenteranno il loro impegno per resistere alla minaccia russa.

Infine, nel 2014 le previsioni di spesa della Cina hanno seguito il ritmo della crescita economica, che è rimasto stabile intorno al 2% del prodotto interno lordo negli ultimi dieci anni. L’Istituto sostiene che le spese della Cina sono state di gran lunga superiori a quanto il governo ha dichiarato in modo ufficiale (130 miliardi di dollari invece che 216) dal momento che nella somma totale vanno incluse anche le voci che riguardano la ricerca, l’importazione e la fabbricazione delle armi, le pensioni dell’Esercito di liberazione del Popolo (Pla).

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