09/12/2009, 00.00
VATICANO
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Papa: l’eucaristia non è un “rito di socializzazione”, in essa Gesù è realmente presente

Rievocando all’udienza generale la figura di Ruperto di Deutz, monaco benedettino del XII secolo, Benedetto XVI sottolinea come “quando sorgono controversie nella Chiesa, il riferimento al ministero petrino dà garanzia di fedeltà alla dottrina e dona serenità e libertà interiore”.
Città del Vaticano (AsiaNews) - Oggi esiste “il pericolo” di vedere nell’eucaristia un “rito di comunione, di socializzazione”, dimenticando che in essa Gesù è realmente presente: un mistero che dobbiamo continuare ad amare. E’ ill monito che Benedetto XVI ha rivolto oggi nella riflessione che ha proposto alle circa seimila persone presenti nell’aula Paolo VI per l’udienza generale.
 
La presenza reale di Gesù nell’eucaristia è uno dei temi ai quali si dedicò Ruperto di Deutz, monaco benedettino del XII secolo, la figura del quale è stata illustrata oggi da Benedetto XVI. Rievocandone la vita, il Papa ne ha anche sottolineata la fedeltà al papa. Ruperto, ha detto in proposito, “ci insegna che quando sorgono controversie nella Chiesa, il riferimento al ministero petrino dà garanzia di fedeltà alla dottrina e dona serenità e libertà interiore”.
 
Il futuro abate di Deutz nacque a Liegi verso il 1075 e, secondo una tradizione del tempo, da bambino fu affidato al monastero San Lorenzo della sua città. “Ruperto amò sempre la vita monastica, apprese il latino e si distinse per dirittura morale e forte attaccamento per la sede di Pietro”. Quelli, ha ricordato il Papa, erano i tempi della lotta per le investiture: “il papato voleva impedire che la nomina e la giurisdizioni dei vescovi dipendessero dalle autorità civili, che erano mosse non certo da motivazioni pastorali”. Il primo esilio di Ruperto va considerato proprio nel contesto del conflitto tra il vescovo Otberto che “resisteva alle direttive del papa” e Berengario, abate del monastero di San Lorenzo a Liegi, fedele al papa, che fu esiliato. Ruperto “non esitò a seguire il suo abate in esilio e solo quando il vescovo rientrò in comunione con Roma fece ritorno a Liegi e accettò di divenire sacerdote, in quanto prima non voleva farsi ordinare da un vescovo non in comunione col papa”. Ma poiché le polemiche contro di lui non erano cessate, Ruperto si allontanò di nuovo da Liegi per rifugiarsi a Siegburg. Nel 1120 divenne abate di Deutz, dove restò fino al 1129, anno della sua morte, se ne allontanò solo per un pellegrinaggio a Roma nel 1124.
 
Ruperto è stato “teologo di grande profondità” e “attivo in importanti discussioni teologiche come la controversia eucaristica che nel 1077 aveva condotto alla condanna di Berengario di Tour, che sosteneva la presenza solo simbolica di Cristo nell’eucaristia”. Anche se allora non era ancora stata espressa la dottrina della transustansazione, Ruperto la anticipò, in quanto nel suo “De divinis officiis” sosteneva la “continuita tra il Verbo incarnato e quello presente nelle specie eucaristiche”. “Anche oggi – ha proseguito Benedetto XVI – c’è il pericolo di ridimensionare il realismo eucaristico quasi solo a rito di comunione, di socialzzazione e dimenticare troppo facilmente che nell’eucaristia è presente realmente Cristo risorto col suo corpo risorto”, come, ha ricordato, insegna il Catechismo, per il quale Gesù  “è presente in modo unico e incomparabile, in modo vero, reale e sostanziale”.
 
Tra i molti temi trattati dal monaco nei suoi scritti, il Papa ha ricordato anche quello della “conciliazione tra la bontà e l’onnipotenza di Dio e l’esistenza del male, in altri termini come si spiega la realtà del male”. Era un tema che i teologi del tempo tendevano a risolvere con artifici filosofici e che “nella volonta di Dio distinguevano tra approvare e permettere, per cui Dio permette, ma non approva il male. Ruperto rimane fedele alla narrazione biblica: Dio è sommamente buono e non può che volere il bene. L’origine del male è nell’uomo stesso, nell’uso sbagliato della libertà umana”.
 
Ultimo aspetto della teologia di Ruperto evidenziato da Benedetto XVI è stato quello mariano. L’abate di Deutz “è il primo che identifica la donna del Cantico dei cantici con Maria”. Ne presenta “privilegi e virtù”, la chiama “dilettissima tra le dilette”. Egli “vede in Maria la parte piu santa della Chiesa intera”. E “Paolo VI proclamando Maria madre della Chiesa citò proprio una proposizione tratta da una sua opera, quando la chiamò Parte maxima, parte optima, la parte più eccelsa, migliore della Chiesa”.
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