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  • » 05/12/2006, 00.00

    TURCHIA

    Una famiglia in lotta per tenere aperta una chiesa

    Mavi Zambak

    Calunnie e pretesti burocratici per un italiano e una turca, con due bambini, che cercano di conservare l’unico edificio cristiano di Samsun. La speranza che il viaggio del Papa porti ad una vera libertà religiosa in Turchia.
    Istanbul (AsiaNews) - “La libertà di religione istituzionalmente ed effettivamente rispettata, sia per gli individui come per le comunità, costituisce per tutti i credenti la condizione necessaria per il loro leale contributo all’edificazione della società, in atteggiamento di autentico servizio, specialmente nei confronti dei più vulnerabili e dei poveri”, queste le parole pronunciate da Benedetto XV - nell’incontro con il presidente degli affari religiosi turco, Ali Bardaoglu, ad Ankara il 28 novembre, - che risuonano ancora delle orecchie di Simone Matteoli. Sarà tutto solo un’utopia? Lui il Papa è riuscito ad intravederlo solamente dalle ultime panche della Cattedrale di Santo Spirito ad Istanbul, durante la solenne celebrazione eucaristica svoltasi il 1 dicembre. Avrebbe voluto raccontargli la sua storia, i sogni che si porta nel cuore insieme a sua moglie e alle sue due piccole figlie, la sua vita che da qualche mese ha avuto una profonda svolta, la sua fatica e gli ostacoli che gli stanno mettendo davanti per poter stare sul mar Nero a tenere una chiesa aperta. Si è accontentato di fissarlo negli occhi, di allungargli la mano tra la folla, di catturare dai suoi discorsi una parola di incoraggiamento. Poi è tornato nel suo anonimato e subito dopo aver visto il Papa ad Istanbul, è dovuto rientrare in Italia per problemi di visto in territorio turco. Ora è a Roma per cercare di risolvere i vari intoppi burocratici. Tutto per una “questione di residenza”. Trentacinquenne, sposato con una ragazza turca, incontrata mentre durante l’estate andava ad aiutare in una chiesa di Smirne, non ha mai smesso di pensare come mettersi a servizio della Chiesa e della Turchia. Così, dopo aver trascorso i primi cinque anni di matrimonio in Italia, alla coppia è riemerso il desiderio di andare a stabilirsi in Turchia. Guarda caso riaffiorò proprio dopo l’uccisione di don Andrea Santoro. Ad entrambe, impegnati ecclesialmente, sembrava tradire la propria vocazione il rimanere in Italia, invischiati in una logica capitalista fondata sulla ricerca di guadagno e di benessere. Lui con un buon lavoro in proprio da tecnico informativo, lei madre di due belle bambine di due e quattro anni, una vita agiata e realizzata. Furono mesi di grande lotta interiore: lui aveva tutta la sua famiglia contro, con tutte le loro forze genitori e fratelli cercarono di opporsi ad una scelta così scellerata in cui avrebbero potuto mettere a repentaglio la propria vita e quella delle figlie ancora piccole. D’altro canto una voce interiore insisteva che quello era il momento per vivere fino in fondo la loro scelta di fede. Contattarono così mons. Luigi Padovese, vicario apostolico dell’Anatolia, che propose loro di recarsi a Samsun, piccola cittadina sul mar Nero, dove la chiesa dedicata a Maria Addolarata presto sarebbe rimasta senza sacerdote. Proprio quel padre Pierre Brunissen, sacerdote fidei donum francese, che qualche giorno dopo, erano i primi di luglio, fu ferito a coltellate da uno squilibrato. Ma ormai loro erano decisi: diedero in affitto la loro casa nei pressi di Pisa, lui lasciò aperta la partita Iva della sua ditta, mollarono tutto il resto e fecero le valigie per quel di Samsun. Arrivarono sul mar Nero in un momento “caldo”: la polizia schierata a proteggere casa e chiesa, telefono sotto controllo, molto lavoro per organizzare la festa di addio a p. Pierre. Era metà settembre quando fu organizzata la festa e proprio in quell’occasione iniziarono le calunnie nei confronti della giovane famiglia. Non passarono neppure cinque giorni quando sui giornali locali, videro la propria foto con la didascalia a caratteri cubitali: “Svergogneranno la Turchia”, accompagnata da un articolo che spiegava le loro intenzioni (per altro non reali) di farsi mandare soldi dall’Italia per sovvenzionare un’associazione di handicappati: ciò avrebbe screditato la Turchia e le sue possibilità di aiutare i propri cittadini disabili. Da allora fu assegnata loro anche una guardia del corpo, non si sa se per protezione o per controllo. Ora, dopo tre mesi, dalla Prefettura locale è arrivata una lettera che afferma che non possono continuare ad abitare la chiesa come risulta dal permesso di residenza ottenuto, perché sono laici e non religiosi. Occorre tutta un’altra trafila burocratica e non si sa né quando, né come rilasceranno loro un “Permesso di lavoro” che forse permetterà loro di poter “soggiornare” in chiesa. Intanto sono stati invitati a rientrare in Italia per poter rifare la richiesta da lì. “Quanto inciderà la visita del Papa sulla libertà di religione in Turchia, fatta anche di questi problemi molto pratici? - si domanda amareggiato Simone – Siamo a Samsun solo per dare la nostra testimonianza come famiglia cristiana. Per ora lì non c’è nessun sacerdote e così teniamo noi aperta la chiesa, organizziamo la preghiera quotidiana, la liturgia della Parola, ma vogliamo che tutto ciò sia percepito come un servizio che svolgiamo da laici senza alcuna sfida verso le leggi ecclesiali e civili. Ma ho l’impressione che è proprio questo che dà fastidio: in questa città chiusa, abituata a concepire il diverso come un nemico, è proprio la presenza cristiana a dare fastidio”. “La comunità cristiana – spiega - lì è ridotta davvero ad un lumicino. Oltre a noi, c’è una famiglia turca di convertiti e una famiglia armena che abita a 50 chilometri dalla città. Con loro si prega e una volta al mese viene il nuovo sacerdote da Trabzon (a 400 chilometri di distanza da noi) a celebrare la Messa. Vengono a pregare anche cinque o sei protestanti presbiteriani e alcune donne giorgiane, perché qui si sentono in famiglia ed è l’unica chiesa aperta nella zona”. Già trent’anni fa il sindaco di allora emise un mandato per la distruzione di quest’ultima chiesa della città rimasta in piedi dopo aver raso al suolo quella ortodossa e quella armena, non fu abbattuta dalle ruspe grazie ad un avvocato turco musulmano molto in gamba che riuscì a trovare un firmano del sultano in cui dichiarava “l’importanza di garantire una presenza cristiana perché la testimonianza del diverso fa progredire la società verso un bene maggiore” e per questo incoraggiava la costruzione di questa chiesa a Samsun e difendeva la sua incolumità. “Anche oggi – conclude Simone, occhi vispi, luminosi, determinati - contiamo sulla buona volontà delle persone che credono alla nostra presenza e ci auguriamo di cuore che la visita del Papa aiuti ad aprire i cuori e la mente dei governanti turchi perché riescano a compiere concreti passi verso un’autentica libertà di religione, comprendendo la preziosità di una convivenza pacifica tra culture e religioni diverse. Speriamo, inoltre, che la Comunità Europea sproni e accompagni questo cammino verso il rispetto della libertà religiosa, insistendo perché si attuino reali cambiamenti di mentalità e di leggi verso le minoranze religiose ed etniche. Infine ci auguriamo che anche la Chiesa, grazie a questo viaggio di Benedetto XVI, abbia colto la nostra piccolezza e miseria e che ci sostenga inviando uomini e donne di Dio capaci di essere quel seme evangelico così come desiderava don Andrea Santoro che in queste terre ha dato la sua vita”.  
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