19/01/2017, 08.36
TAIWAN-GIAPPONE
Invia ad un amico

“Silence” di Martin Scorsese: Dio non si impressiona per la nostra mancanza di fede

di Xin Yage

Intervista a p. Emilio Zanetti, gesuita che lavora al Kuangchi Program Service, la casa di produzione televisiva della Compagnia di Gesù nell’isola. Zanetti è amico del regista statunitense e ha collaborato come consigliere e perfino come comparsa nel film che tratta della persecuzione dei cristiani in Giappone nel XVII secolo. Regista e attori hanno lavorato gratis.

Taipei (AsiaNews) – “Dio non si impressiona di fronte alle (presunte) mancanze di fede”. E ancora: “Dio è capace di un amore così grande che, qualsiasi scelta gli uomini facciano e qualsiasi errore compiano, non si scandalizza”. E’ il senso del film “Silenzio” di Martin Scorsese per il gesuita Emilio Zanetti, che lavora alla Kuangchi Program Service, la casa di produzione televisiva della Compagnia di Gesù a Taipei. P. Zanetti è anche amico personale di Scorsese ed ha lavorato come consigliere del film e perfino come comparsa! Il film, basato sul libro dallo stesso titolo delo scrittore giapponese Shusako Endo, narra di due giovani gesuiti che vanno alla ricerca del loro superiore, missionario in Giappone, perché si teme che abbia abiurato la fede. Il “silenzio” di cui si accenna è il silenzio di Dio di fronte alle sofferenze dei cristiani giapponesi, di fronte alle difficili scelte davanti a cui sono posti i due missionari e i fedeli perseguitati. Ecco l’intervista che p. Emilio Zanetti ha rilasciato ad AsiaNews.

Che cosa ha portato Scorsese a girare un film sui gesuiti in Giappone?

Quando Martin Scorsese ha girato «L’ultima tentazione di Cristo» sono scoppiate un po' di polemiche. Io ero un adolescente e ricordo che buona parte della gerarchia della Chiesa cattolica aveva preso questo film come un affronto. Nelle intenzioni di Scorsese, e del romanzo di Kazantzakis su cui si basava, invece, il film voleva solo essere un’occasione per approfondire la fede. Solo un vescovo ha sostenuto Martin, facendo pubblicità al film e promuovendone addirittura la proiezione. Questo vescovo ha donato a Scorsese il libro «Silence» dello scrittore giapponese Shusaku Endo, che ripropone appunto le persecuzioni subite dai cristiani in Giappone durante il periodo Tokugawa nella prima metà del XVII secolo. Scorsese ha letto la storia e gli è piaciuta. Così ha deciso di trasformarla in un film. Ma, era il 1987, non è riuscito a trovare chi finanziasse il progetto. Così il progetto è finito in un cassetto. Ma non è finita lì, non poteva finire lì, non come un tipo come Scorsese. Per questo è molto interessante capire anche la storia stessa del regista. Per fortuna ha rilasciato interviste dettagliate in cui ha scandagliato il suo passato, soprattutto in quella data al nostro comune amico Antonio Spadaro, che mesi fa ho convinto a passare da New York per un colloquio con lui. Tornando a noi, da quel lontano 1987 Scorsese non ha mai rinunciato al progetto, ma non riusciva a trovare i fondi. Dopo anni, quando ha raggiunto l’apice della sua carriera, è riuscito a mettere insieme un budget minimo per partire. Dico minimo perché né lui, né i suoi attori hanno preso un centesimo dal film. Agli attori sono state pagate le spese vive, ma non è stato riconosciuto alcun compenso. Devo anche dire che è un miracolo se la lavorazione è giunta al termine perché sono successe veramente tante cose sul set. Non ultima la morte di un operaio, schiacciato da una tettoia. L’inchiesta su questa morte bianca avrebbe potuto fermare i lavori, i costi sarebbero stati così elevati che il film non sarebbe stato concluso. Solo l’intervento del presidente di Taiwan ha permesso che le indagini fossero più celeri e che il set non si fermasse per un periodo lungo. Salvando la produzione.

Le scene principali sono state girate da gennaio a maggio 2015 in tre location a Taiwan: negli studi di Taipei, per le scene degli interni; sulla costa orientale, per le scene sul mare; alcune brevi scene sono state infine realizzate in un set nel centro di Taiwan. Questo set è stato realizzato dal regista taiwanese Ang Lee per girare «La vita di Pi». Quel set è una grande piscina, costruita in un ex aeroporto, che riproduce gli effetti del mare.

 

Ci racconti un po' la pre-produzione

La storia è incentrata sulle vicende di tre gesuiti e, proprio perché erano coinvolti gesuiti, Scorsese ha deciso di rivolgersi anche alla Compagnia di Gesù per avere una consulenza. Il suo punto di riferimento è diventato James Martin, celebre gesuita di «America», la rivista della Compagnia negli Usa. A lui è stata affidata la preparazione spirituale degli attori affinché comprendessero appieno la spiritualità ignaziana. Andrew Garfield, uno dei protagonisti, ha fatto un cammino di fede durato un anno, che lo ha portato anche a fare gli esercizi spirituali in Galles.

Padre James Martin a sua volta, sapendo che le riprese sarebbero avvenute a Taiwan, ha allertato padre Jerry Martinson, il mio direttore al Kuangchi Program Service di Taipei. Così è nato un pool di gesuiti a supporto del regista del quale anch’io ho fatto parte. Abbiamo curato tutti gli aspetti legati alla storia, alla liturgia e ai sacramenti. Alberto Nunez, un gesuita spagnolo che insegna all’Università FuJen, ha seguito con particolare attenzione questo aspetto. Scorsese si ricorda bene tutta la liturgia in latino ed essendo molto attento a tutti i dettagli voleva essere preciso. Il film andava poi contestualizzato nel Giappone del XVII secolo, in cui operavano missionari gesuiti portoghesi. Ciò richiedeva una profonda competenza storica. Per questo aspetto, ci ha aiutato Antoni Üçerler, gesuita di origini turche, che ha una grande conoscenza della storia del Giappone. A lui si sono poi affiancati altri gesuiti.

Collaborare con un regista del livello di Scorsese, significa collaborare con uno dei più grandi registi di tutti i tempi. Senza parlare del cast stellare: Andrew Garfield, Adam Driver, Liam Neeson, Tadanobu Asano, Ciarán Hinds, Shinya Tsukamoto, Yosuke Kubozuka, Issei Ogata, Yoshi Oida, Nana Komatsu. Per quel che mi riguarda, «L’ultima tentazione di Cristo» di cui dicevo sopra è stato un pilastro del mio percorso vocazionale. Trent’anni fa mi ero ripromesso di andare a trovare Martin negli Stati Uniti. Ma non ci ero ancora riuscito. Ora non è più necessario: lui è arrivato a Taiwan, dove io vivo, con tutto questo cast e questo progetto. Per tutti noi è stata un’avventura bellissima. Alla fine sono stato l'unico gesuita nel film, intendo: presente in una scena come comparsa. Un’esperienza bellissima. Oltre a conoscere gli attori del film, è stato divertente entrare in contatto con il mondo delle comparse. Un mondo che è fatto di speranza (di essere preso dalla troupe) e di attesa (perché non sai mai quando girerai la tua scena).

 

Qual è il senso del film?

In senso ampio il romanzo e il film affrontano i temi principali della sequela di Gesù Cristo e, in particolare, della via misteriosa sulla quale lo stesso Gesù ci conduce. La storia è quella di due giovani gesuiti che vanno alla ricerca del loro superiore, missionario in Giappone, perché si teme che abbia abiurato. I due giovani gesuiti vanno in Giappone per capire il perché il maestro avrebbe abiurato. Quando arrivano nell’arcipelago si trovano di fronte a una repressione durissima dei cristiani da parte delle autorità nipponiche. La persecuzione non mira tanto a uccidere i gesuiti, ma i loro amici. È una forma di pressione psicologica sottile e crudele. E allora sorge il dubbio: il mio agire annuncia Dio anche se causa la morte di innocenti? Qual è la missione di Dio? È in questo dilemma che si snoda il film.

Ci sono tante cose che mi girano per la testa, ma vorrei ripetere, come hanno sottolineato altri, come alla base di tutto, ci sia l’amore di Dio. Mi affascina quanto ha detto padre Üçerler. Dio è capace di un amore così grande che, qualsiasi scelta gli uomini facciano e qualsiasi errore compiano, non si scandalizza. Dio non si impressiona di fronte alle (presunte) mancanze di fede. Dov’è la fede. Abiurare è venire meno alla fede? Bisogna capire qual è il contesto in cui si è abiurato e bisogna affidarsi a Dio. E, in ogni caso, confrontarsi con altre culture, altre tradizioni, altre fedi scardina i preconcetti. Nel film questo incontro/scontro di culture è evidente. È sufficiente guardare la complessità del set sul quale erano presenti asiatici, europei, africani (che rappresentavano gli schiavi portati dai portoghesi).

 

Com’è lavorare con Scorsese?

Infine, uno degli aspetti più interessanti è stato vedere come Scorsese lavora con gli attori. Martin è molto gentile, profondo e appassionato oltre ad essere ovviamente dedicato, preciso e metodico. Non finisce di filmare una scena se questa non riesce a trasmettere il senso che vi è racchiuso. Nel rapporto con gli attori è attento, fermo, ma mai scortese. Anche se il protagonista non recita come vuole lui gli dice: “Bravo, stai andando bene, stai migliorando, ma la scena la farei così...” e gliela fa rigirare. Attenzione, non è maniacale, ma è conscio che anche una piccola scena può far cambiare il senso a un film. Quindi vuole trarre il massimo da ogni dettaglio. Non per nulla si chiama Scorsese. Per come la vedo io, dovremmo ringraziarlo per quanto è riuscito a realizzare non solo in Silence, ma nell'intera carriera e per mostrare a tutti la sua ricerca nel suo cammino di fede personale.

Invia ad un amico
Visualizza per la stampa
CLOSE X
Vedi anche
Il film “Silence”, l’abiura e la gioia del martirio
02/02/2017 10:44
Scoperta storica: Miguel Chijiwa, giovane giapponese convertito, non avrebbe abiurato
16/09/2017 09:26
Al via un film di Martin Scorsese sulla missione cristiana in Giappone
28/07/2014
Diventa un caso politico la censura del film taiwanese “Cape No 7”
04/12/2008
Il Giappone accresce il suo spazio aereo a spese di Taiwan
09/07/2010