30/08/2019, 11.38
ARABIA SAUDITA - ISLAM
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Al Festival di Venezia la lotta delle donne saudite per l’emancipazione e i diritti

Haifaa al-Mansour torna al Lido con “The Perfect Candidate”. La storia di una giovane dottoressa che lotta per superare gli ostacoli di genere che caratterizzano la vita quotidiana in Arabia Saudita. Sempre più donne devono partecipare alla politica e essere membri attivi della società. La speranza che possa essere trasmesso nelle sale cinematografiche del regno. 

Venezia (AsiaNews) - Uno spaccato dei cambiamenti della società saudita e del ruolo della donna, con le prime (timide) aperture verso una maggiore libertà e diritti, come emerso negli ultimi anni con la fine del divieto di guida e l’allentamento della tutela maschile. Partendo dal racconto di una giovane dottoressa, che lotta per cambiare una mentalità conservatrice e gli ostacoli basati sull’identità di genere che si frappongono nella vita quotidiana. È la trama del film “The Perfect Candidate” della (prima) regista donna saudita Haifaa al-Mansour, presente in questi giorni al Festival del cinema di Venezia. 

La pellicola firmata dalla regista in gara al Lido - dove, peraltro, si registrano anche qui disparità di genere con due sole donne su un totale di 21 film - riflette i recenti cambiamenti nel regno, partendo dalle prime scene in cui si vede la protagonista (Maryam) alla guida della propria auto. Quando tramonta l’idea di un viaggio a Dubai, la donna decide di candidarsi per il consiglio comunale con la promessa di costruire una nuova strada che favorisca l’accesso al centro medico in cui opera. 

A dispetto dei pregiudizi e della dura opposizione dell’universo maschile (e conservatore wahhabita), Maryam lancia la propria campagna con l’aiuto delle sorelle lanciando un messaggio - secondo l’intenzione della regista - di “responsabilizzazione” delle donne saudite. “Vorrei - sottolinea Haifaa al-Mansour - che sempre più donne partecipino alla politica e siano membri attivi nella società” anche se le difficoltà restano di fronte a una realtà “conservativa”. 

Tuttavia, aggiunge, “siamo di fronte a un momento di cambiamento in Arabia Saudita e le donne hanno la possibilità di trarne vantaggio”. “Il nostro essere donne - prosegue - deve andare oltre i discorsi di razza, genere e nazionalità. Dobbiamo unirci come donne e sostenerci a vicenda, credere le une nelle altre”. Del resto è opinione diffusa anche fra attivisti e intellettuali che proprio dalla donna può arrivare la spinta per combattere fondamentalismi e modelli arcaici ancora oggi presenti in diverse società arabe e musulmane.

Haifaa al-Mansour, prima regista donna in Arabia Saudita, ha esordito al Lido nel 2012 con “La bicicletta verde” (“Wadjda” il titolo originale), in concorso nella sezione orizzonti. Un film che raccontava la lotta di una bambina araba per poter andare in bicicletta come un suo qualsiasi compagno maschio. Nata nel 1974 e ottava di 12 figli del poeta Abdoul Bahman Mansour, si è  laureata in lettere all’università americana del Cairo e ha completato gli studi a Sydney, in Australia, con un master in regia. Ha vissuto in Bahrein con il marito, un diplomatico americano, e i suoi due bambini.

Per le sue opere, la regista saudita ha ricevuto lettere minatorie, critiche e accuse di ostilità alla religione islamica. Argomenti che respinge al mittente, aggiungendo che non è interessata alla “politicizzazione” delle sue opere pur non risparmiando osservazioni su aspetti della cultura e società che andrebbero modificati.

“Non importa quale sia la situazione politica - afferma - l’arte deve prevalere su tutto […] perché è ciò che permette alla società di crescere”. Un ultimo pensiero lo dedica al proprio film e ai risvolti in patria. A differenza di “Wadjda”, la regista nutre fiducia sul fatto che possa essere - pur con qualche difficoltà - trasmesso nelle sale cinematografiche del regno.

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