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» 30/04/2009 13:57
SRI LANKA
Arcivescovo di Colombo: singalesi e tamil, divisi periranno, uniti fioriranno
di Melani Manel Perera
Mons. Oswald Gomis afferma che il conflitto tra esercito e Tigri tamil che sta riducendo il Paese “come alla fine della Seconda guerra mondiale”. L’impegno della Chiesa per aiutare i profughi ed il compito della riconciliazione

Colombo (AsiaNews) - “Divisi periremo, uniti fioriremo”. Sono le parole di mons. Oswald Gomis, arcivescovo di Colombo, sulla situazione del Paese che sta vivendo la tragedia dei profughi di guerra e si interroga sul futuro della convivenza tra singalesi e tamil.
 
Dalla zona teatro del conflitto giungono notizie di nuovi scontri e altre vittime, nonostante le Tigri abbiano dichiarato il cessate-il-fuoco unilaterale e l’esercito affermi di aver sospeso i bombardamenti aerei e l’utilizzo di armi pesanti. È fallito l’intervento per raggiungere una tregua di Inghilterra e Francia, che hanno mandato a Colombo i rispettivi ministri degli esteri, David Miliband e Bernard Kouchner. La guerra continua e continua lo sforzo per rispondere all’emergenza umanitaria che vede coinvolte centinaia di migliaia di persone (nella foto profughi raccolti nella Maniki Farm).
 
“La mia speranza è che la guerra finisca prima possibile e che venga presto il tempo in cui la gente realizzi quanto sia folle combattere”, afferma mons. Gomis, che confida di pregare ogni giorno perché la violenza finisca prima possibile e che tutti “si facciano ragionevoli senza lasciare che ancora che altri innocenti muoiano”.
 
“Abbiamo chiesto a entrambe le parti in causa di risparmiare la popolazione inerme - afferma l’arcivescovo - ma l’Ltte, come ultima spiaggia, ha scelto di usare i civili come scudi umani. Ora molti posti sono distrutti e danneggiati come alla fine della Seconda guerra mondiale. Nemmeno scuole e ospedali sono risparmiati; moltissime persone e tanti bambini hanno bisogno di cure mediche e assistenza. C’è bisogno di ricostruire le case e la voglia di vivere della gente”.
 
Il presidenteMahinda Rajapaksa ha rifiutato anche l’ennesima richiesta di tregua a fini umanitari avanzata dall’Onu e sostenuta anche dall’Unione europea, ma mons. Gomis ripete che “il governo dovrebbe trovare una soluzione politica accettabile per entrambe le parti e aiutare i rifugiati a risistemarsi in aree vicine alle loro zone di provenienza”. La Chiesa di Colombo, come tutta la comunità cattolica dello Sri Lanka, è impegnata da tempo nel raccogliere cibo, medicine e anche soldi da destinare agli sfollati del nord. Ma l’arcivescovo afferma che il lavoro più importante a cui si sta dedicando è quello della riconciliazione. Porre le basi per la convivenza pacifica di singalesi e tamil, le due popolazioni che abitano l’isola e che il conflitto ha reso nemiche.
 
Proseguono intanto i gesti di solidarietà verso la popolazione tamil e le pressioni sul governo di Colombo anche da parte di movimenti e associazioni. In India, organizzazioni non governative e gruppi di religiosi continuano ad organizzare manifestazioni, spedire appelli alle autorità srilankesi e indiane perché sia messa fine al conflitto. A Chennai, capitale del Tamil Nadu, lo stato con la più alta concentrazione di popolazione di etnia tamil in India, venti donne hanno indetto uno sciopero della fame ad oltranza sino a che la guerra non verrà sospesa.
 
Il National Alliance of Pepole’s Movements (Napm), un network di organizzazioni sparse per tutta l’India, ha raccolto firme per chiedere al governo di Colombo la sospensione immediata delle ostilità; lo sminamento e la ricostruzione dei villaggi distrutti; il diritto all’auto determinazione della popolazione tamil dello Sri Lanka.

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