01/05/2014, 00.00
MYANMAR
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Attivista cattolico: Costituzione e questione etnica, le riforme incompiute del Myanmar

di Francis Khoo Thwe
Benedict Rogers, dirigente per l'Asia del Csw, analizza la situazione del Paese asiatico a un anno dalle elezioni. Egli auspica un ritiro dell'esercito nei territori Kachin e critica il processo di "disumanizzazione" nei confronti della minoranza musulmana Rohingya. Più che democrazia, si parla di "allentamento" delle catene della repressione. Pessimismo sulle modifiche costituzionali.

Yangon (AsiaNews) - "Più volte il governo birmano ha intavolato colloqui di pace e, al tempo stesso, l'esercito ha continuato a sferrare attacchi contro [avamposti dei ribelli] Kachin. I dialoghi sono basati sulla fiducia e anche l'esercito, attraverso i suoi generali, è parte integrante di questo processo". È quanto racconta ad AsiaNews Benedict Rogers, giornalista e attivista per i diritti umani originario di Londra, team leader per l'East Asia di Christian Solidarity Worldwide (Csw), grande esperto di Myanmar, Paese in cui ha fatto il suo ingresso nella Chiesa cattolica lo scorso anno nella cattedrale di Yangon. Egli ha seguito da vicino negli ultimi mesi i punti critici del cammino di riforme, avviato - dopo decenni di dittatura militare - dall'esecutivo semi-civile guidato dal Presidente Thein Sein.

Dal dramma Rohingya nello Stato occidentale di Rakhine, ai conflitti etnici in territorio Kachin, nel nord al confine con la Cina, dalla riforma della Costituzione al processo di democratizzazione, sono ancora molti i punti irrisolti. E rischiano di affossare le aperture del passato biennio, che hanno fatto registrare il parziale rilascio dei detenuti politici, una maggiore apertura per stampa e Ong straniere, la rimozione di parte delle sanzioni occidentali e l'ingresso degli istituti internazionali fra i quali il Fondo monetario internazionale (Fmi).

In questi giorni il Kachin Independence Organization (Kio) ha chiesto un incontro previsto per il 10 maggio, con una delegazione governativa per allentare le tensioni fra i due fronti dopo settimane di scontri a fuoco durissimi. Intanto i leader di numerosi gruppi etnici del Myanmar - sono oltre 135 le etnie che compongono l'Unione - si sono riuniti a Chiang Mai, in Thailandia, per la ripresa delle trattative finalizzate al cessate il fuoco. Resta peraltro sempre aperta la questione della minoranza musulmana Rohingya, senza diritto di cittadinanza e oggetto di feroci persecuzioni dei buddisti Arakanesi, che secondo il vice-presidente Sai Mauk Kham "non è più un problema interno, ma ha assunto ramificazioni più ampie e richiede un aiuto internazionale".

Interpellato da AsiaNews, Benedict Rogers sottolinea che "se un processo di pace [con i Kachin] deve esserci", prima di tutto "vanno fermati gli attacchi" e l'esercito "deve ritirarsi o perlomeno ridurre il numero delle truppe nelle aree etniche". Per quanto concerne i Rohingya, egli afferma che "negare a un essere umano non solo la cittadinanza nel Paese in cui è nato, ma impedire anche di indicare la propria identità [come avvenuto in occasione del censimento, ndr] è disumano". Si tratta di un problema "radicato" e servirà "tempo" per risolverlo. Per questo l'attivista auspica maggiore coinvolgimento del governo nel difendere la minoranza e punire quanti commettono violenze; un processo di distensione e di confronto; indagini approfondite - con il contributo di organizzazioni internazionali - sulle recenti violenze; e, soprattutto, che "siano coinvolti in prima persona i Rohingya nel dialogo e nella riconciliazione, e che gli stessi Rakhine riconoscano i Rohingya come esseri umani" e in quanto tali soggetti di diritto.

Per quanto concerne gli "aspetti positivi" dell'ultimo biennio, l'attivista di Csw spiega che "non rappresentano essi soli" il pieno compimento del processo democratico. Piuttosto, essi sono "l'allentamento e non la rimozione" di una catena che tiene legato il popolo birmano o, per usare un'altra metafora, l'allargamento di una gabbia, nella quale il prigioniero ha maggiore libertà di movimento. Fra i problemi irrisolti egli ricorda l'esistenza, ancora oggi, di prigionieri politici e di arresti arbitrari, l'intolleranza a sfondo confessionale, la violenza settaria e gli elementi che fomentano l'odio, assieme agli espropri forzati e alle "molte altre sfide" che attendono il Paese e il suo popolo. Egli si mostra pessimista anche su un possibile esito positivo del processo di revisione della Costituzione, tale da permettere alla leader dell'opposizione Aung San Suu Kyi di concorrere alla presidenza nel 2015. "Mi auguro che con la dovuta pressione internazionale - conclude l'attivista - lo scetticismo possa risultare sbagliato. Certo è che se il voto 2015 vuole avere un minimo di legittimazione, deve essere preceduto da una riforma costituzionale seria".

 

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