27/06/2019, 10.41
IRAN - IRAQ - USA
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Attivisti iraniani: conseguenze ‘devastanti’ dal conflitto fra Washington e Teheran

In una lettera appello 116 personalità in patria e all’estero avvertono sui pericolo di una guerra e la crisi innescata dalle sanzioni. Un conflitto fornirebbe il pretesto alla linea dura per reprimere attivismo e dissidenza. Con esiti “disastrosi” per milioni di persone in tutta la regione. Presidente irakeno: “Non vogliamo un’altra guerra”. 

Teheran (AsiaNews) - In risposta all’escalation della tensione fra Teheran e Washington che colpisce in primis la popolazione, come ha confermato ieri ad AsiaNews un sacerdote iraniano, oltre cento attivisti e intellettuali della Repubblica islamica lanciano un nuovo appello di pace. Si tratta di un documento cui hanno aderito personalità interne al Paese o che vivono all’estero, e che mette in allerta sulle conseguenze “devastanti” di un nuovo conflitto militare nella regione. 

Promosso da United for Iran e dal Center for Human Rights in Iran, il documento afferma che un’azione militare innescherebbe “una accelerazione della crisi umanitaria e nei diritti” e finirebbe solo a “destabilizzare ancor più” un Medio oriente già in crisi. 

Fra i 116 firmatari del documento, che segue iniziative analoghe già lanciate nel recente passato, vi sono attivisti, avvocati, giornalisti e intellettuali da tempo impegnati nella difesa dei diritti umani e delle libertà civili dei cittadini iraniani. Fra questi vi sono persone che vivono nella Repubblica islamica e che hanno deciso di mettere a repentaglio la propria libertà - e la loro vita - per rilanciare un impegno civile e pacifico. 

Fra questi ricordiamo Firuzeh Mahmoudi, direttore esecutivo di United for Iran; Maryam Mazrooei, fotografo di guerra e giornalista; il docente e intellettuale Negar Mottahdeh; Sabra Rezai, attivista per i diritti delle donne; il regista Afsaneh Salari; l’attivista politico Emad Bahavar; il difensore dei diritti umani Reza Fani Yazdi; Hadi Ghaemi, direttore esecutivo di Center for Human Rights in Iran. 

Nella lettera, i firmatari ricordano di “conoscere a fondo” i problemi della Repubblica islamica “comprese le sfide ai diritti umani e la corruzione” in alcuni settori di governo. “Ci siamo sempre opposti - aggiungono - alle autorità per i loro abusi di potere e le politiche oppressive” e “da questa prospettiva” avvertono circa i “pericoli” insiti in una guerra. 

Una azione militare contro l’Iran, proseguono, avrebbe conseguenze “disastrose” per milioni di persone comuni, che si andrebbero a sommare alla crisi già innescata dalle sanzioni, finendo per acuire “le violenze settarie e gli scontri fra popolazione civile” anche nei Paesi limitrofi. Molti attivisti pro diritti umani temono che una guerra fungerebbe poi da pretesto per l’ala radicale e fondamentalista interna, spalleggiata dalle forze di sicurezza, per acuire la repressione e silenziare le voci dissidenti e di quanti si battono per i diritti. 

“Un confronto militare - avvertono - causerebbe enormi danni ai diritti umani”. Da qui l’appello a “tutte le parti e agli attori internazionali” perché prendano “misure immediate e chiare per prevenire un conflitto”. “L’impatto di qualsiasi azione militare, come abbiamo visto nei Paesi vicini, sarebbe devastante. Potrebbe solo servire - concludono - a destabilizzare una regione già in difficoltà”.

L’allarme lanciato dagli attivisti iraniani è condiviso anche dal presidente irakeno Barham Saleh, che ieri è intervenuto con un discorso durissimo nel contesto di una visita ufficiale a Londra, richiamando la comunità internazionale alle proprie responsabilità. L’Iraq, ha detto, non vuole essere trascinato in un altro conflitto in Medio oriente dopo aver già sperimentato “quattro decenni di sfide e disordini” e per questo “non vogliamo essere immischiati in un’altra guerra”. 

In un conflitto fra Teheran e Washington, l’Iraq secondo il presidente finirebbe per diventare un “palcoscenico fra belligeranti” e per questo chiede a tutti di “raffreddare gli animi”. Richiamando l’importanza della “stabilità”, Saleh afferma che “non è ancora finita” la guerra contro lo Stato islamico (SI, ex Isis) e ribadisce il desiderio di buon vicinato con l’Iran, mentre gli Stati Uniti restano “un partner importante” per Baghdad. L’Iraq, conclude, da terreno di scontro deve trasformarsi “in area di commercio, sviluppo infrastrutturale, di lavoro e di futuro per i giovani”. 

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