29/05/2026, 15.54
INDIA-ARABIA SAUDITA
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Migrante rimpatriato in Kerala dopo 20 anni nel braccio della morte a Riyadh

Una mobilitazione senza precedenti nella comunità malayali in favore di Abdul Rahim ha permesso di raccogliere l'ingente cifra richiesta come "diyah" (il prezzo del sangue) dalla famiglia del ragazzo disabile di cui si prendeva cura, morto in circostanze accidentali. Nonostante i 15 milioni di riyal versati, il tribunale saudita ha preteso che scontasse comunque fino alla fine una pena detentiva. L'arrivo in India nel giorno dell'Eid.

Abdula RKochi (AsiaNews/Agenzie) - Dopo quasi vent’anni trascorsi nel braccio della morte in Arabia Saudita, Abdul Rahim, migrantre indiano musulmano originario di Kodampuzha, vicino Kozhikode nello stato del Kerala, è finalmente tornato a casa. Il suo rientro, avvenuto il 28 maggio all’aeroporto internazionale di Karipur con un volo Air India proveniente da Riyadh, ha coinciso con le celebrazioni dell’Eid ed è stato accolto con grande emozione dalla famiglia e dalla comunità locale. La sua liberazione è stata possibile grazie al pagamento di una “diyah” (il cosiddetto “prezzo del sangue”) pari a circa 340 milioni di rupie indiane (oltre 3 milioni di euro ndr).

Rahim, autista di professione, si era trasferito in Arabia Saudita nel novembre 2006 in cerca di migliori opportunità economiche. In Kerala aveva lavorato come autista di scuolabus e di autorisciò. Appena arrivato a Riyadh, aveva iniziato a lavorare per la famiglia Al Shahri, occupandosi del figlio diciassettenne del suo “sponsor”, Anas Al Shahri, paralizzato e dipendente da un respiratore artificiale.

Secondo quanto riportato dalle autorità e dai media indiani, il 24 dicembre 2006, mentre Rahim stava guidando, la sua mano avrebbe accidentalmente toccato un dispositivo medico collegato al ragazzo. Poco dopo, il giovane perse conoscenza e morì. Rahim fu arrestato lo stesso giorno, appena 28 giorni dopo il suo arrivo nel Paese. Nel 2011 un tribunale saudita lo condannò a morte. La sentenza venne successivamente confermata nei gradi superiori di giudizio.

Dopo anni di battaglie legali, nel 2024 la famiglia della vittima accettò di concedere il perdono in cambio del pagamento della diyah, una compensazione economica prevista dal diritto islamico nei casi di omicidio non intenzionale, lesioni o danni. La somma richiesta ammontava a 15 milioni di riyal sauditi. In seguito all’accordo, il tribunale saudita revocò la condanna a morte il 2 luglio 2024, ma dispose che Rahim completasse comunque la pena detentiva di vent’anni, terminata ufficialmente il 20 maggio 2026 secondo il calendario arabo.

Fondamentale per la sua liberazione è stata la mobilitazione della comunità malayali, sia in India sia all’estero. La campagna “Save Abdul Rahim” si è trasformata in una delle più grandi raccolte fondi popolari nella storia recente del Kerala. Poiché la famiglia non era in grado di raccogliere autonomamente la somma necessaria, oltre 60 organizzazioni malayali in Arabia Saudita hanno coordinato per anni il sostegno legale e umanitario. Attraverso una piattaforma digitale dedicata, tra marzo e aprile 2024 vennero raccolti oltre 470 milioni di rupie grazie alle donazioni di migliaia di persone, inclusi lavoratori emigrati e cittadini comuni.

L’Ambasciata dell’India a Riyadh ha dichiarato di aver seguito costantemente il caso, mantenendo contatti con le autorità saudite e monitorando le condizioni di Rahim durante la detenzione. Nel comunicato ufficiale diffuso il giorno del suo ritorno, l’ambasciata ha anche ringraziato la comunità indiana per il sostegno dimostrato nel corso degli anni.

Per la famiglia di Rahim, questi vent’anni sono stati segnati dal dolore. Suo padre morì appena sei mesi dopo l’arresto. La madre, Fathima, era riuscita a incontrarlo di persona una sola volta, nel novembre 2024, dopo la concessione del perdono. Per il resto del tempo, i contatti si erano limitati a sporadiche videochiamate.

Una volta tornato nella sua casa ancestrale di Machilakathu, Rahim ha ringraziato con commozione tutti coloro che hanno contribuito alla sua liberazione. Il suo ritorno proprio durante la festa dell’Eid è stato vissuto come un momento di sollievo e celebrazione non solo dalla famiglia, ma anche dall’intera comunità che per quasi due decenni aveva sostenuto la sua causa.

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