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  • » 05/07/2017, 14.45

    THAILANDIA - MYANMAR

    Bangkok, entra in vigore la nuova legge sul lavoro: esodo dei lavoratori stranieri

    Weena Kowitwanij

    Alla fine di giugno circa 60mila immigrati hanno lasciato la Thailandia per paura delle sanzioni. Previste multe fino a 2.000 euro per gli stranieri senza permesso e pene fino a cinque anni di carcere. Quello birmano è il gruppo etnico più colpito. I rimpatriati vittime di estorsione da parte dei funzionari thai. Effetti negativi sull’economia della Thailandia.

    Bangkok (AsiaNews) – Decine di migliaia di lavoratori migranti, la maggior parte dei quali provenienti dal Myanmar, sono fuggiti dalla Thailandia in seguito all’entrata in vigore dei nuovi regolamenti sul lavoro, adottati dal governo militare lo scorso 23 giugno. Il governo birmano protesta per il pagamento illegale di denaro, cui alcuni suoi cittadini sono sottoposti presso i posti di blocco nella provincia thai di Tak, lungo il tragitto per il ritorno al Paese natio. Alcuni settori dell’economia thai sono colpiti duramente dal nuovo provvedimento.

    L’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Iom) riporta che in Thailandia sono presenti 3 milioni di lavoratori migranti, soprattutto birmani, cambogiani e laotiani. Dalla presa di potere in un colpo di stato del 2014, la giunta governativa ha condotto diverse campagne per regolare la forza lavoro straniera, spinta in parte dai rapporti dei media sullo sfruttamento dei lavoratori non regolamentati da parte dei datori di lavoro.

    La nuova legge stabilisce multe tra i 1.000 e i 2mila euro per tutti gli stranieri senza regolare permesso e pene fino a cinque anni di carcere. Tra il 23 e il 28 giugno, cica 60mila immigrati hanno lasciato la Thailandia per paura delle sanzioni, ma il numero è in costante aumento. In seguito alle notizie dell'esodo, il 30 giugno la giunta militare ha promesso un rinvio di 120 giorni nell'esecuzione di parti del decreto, incluse le ammende fino a 800mila baht (23.500 euro circa) per i datori di lavoro che assumono lavoratori stranieri non registrati.

    Quello birmano è il gruppo etnico più colpito. Dal 29 giugno, più di 16mila persone, migranti regolari e non, hanno fatto ritorno in Myanmar. I camion del governo thai trasportano i lavoratori nella città birmana di Myawaddy, 246 km ad est di Yangon e di fronte alla città thai di Mae Sot. Essi sono quindi accolti dai funzionari del ministero del Lavoro del loro Paese. Questi ultimi hanno raccolto numerose denunce dei migranti di ritorno, che affermano di esser stati vittime di estorsione da parte dei funzionari thai in diversi posti di blocco del distretto di Muang, nella provincia di Tak.

    Il racconto dei rimpatriati ha suscitato la reazione delle autorità birmane e Bunthun Lue, governatore di Myawaddy, ha chiesto al governo della provincia di Tak di investigare sull’accaduto. Il 2 luglio scorso, Prayoon Rattanasaenee, sottosegretario thai agli Interni, ha sollecitato il suo governatore alla verifica, intimando ai funzionari di confine di non richiedere denaro ai lavoratori e di assistere questi ultimi con acqua e cibo forniti dal Centro di pubblica sanità. Il gen. Wijak Siribansop, a capo della sicurezza del confine, ha annunciato che è in corso un’indagine approfondita.

    Nel frattempo, l’attuazione del decreto comincia ad avere effetti negativi sull’economia della Thailandia. I gruppi industriali dichiarano che l'esodo sta già colpendo alcune compagnie, che dipendono dalla manodopera proveniente dai più poveri Paesi confinanti. A Bangkok, alcuni dirigenti delle società di costruzioni affermano che l'80% dei lavoratori hanno abbandonato i cantieri. Anche i rappresentanti del settore ittico esprimono grande preoccupazione, affermando che i lavoratori stranieri sono essenziali per quasi 30mila barche. “Il settore privato è in stato di shock – dichiara Tanit Sorat, vicepresidente della Confederazione dei datori di lavoro della Thailandia – Questi sono posti di lavoro che i thailandesi non non sono disposti ad occupare. Se c'è una mancanza di manodopera, le imprese non possono andare avanti”.

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