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» 23/07/2012
THAILANDIA – MYANMAR
Bangkok, studenti musulmani in piazza contro le violenze sui rohingya
di Weena Kovidhavanij
In occasione della visita ufficiale del presidente birmano Thein Sein, alcuni studenti hanno manifestato contro il “massacro” ai danni della minoranza etnica nello Stato di Rakhine. Fonti dell’esercito thai spiegano che i rifugiati riceveranno “aiuti”, ma saranno poi allontanati verso Indonesia e Malaysia.

Bangkok (AsiaNews) - Questa mattina un gruppo di studenti musulmani thai ha inscenato una protesta pacifica di fronte alla sede del governo a Bangkok, mentre all'interno la premier Yingluck Shinawatra stava accogliendo con tutti gli onori il presidente birmano Thein Sein, impegnato in una tre giorni di visita ufficiale. Intanto fonti militari thai confermano che l'esercito si prepara a fornire acqua e cibo ai profughi musulmani rohingya in fuga dal Myanmar, dove sono tuttora oggetto di violenze e persecuzioni. Tuttavia, alti ufficiali chiariscono che Bangkok non è intenzionata ad accogliere i rifugiati, quanto piuttosto ad "aiutarli" con generi di prima necessità per poi allontanarli verso "altre destinazioni". Fra queste vi sono due nazioni dell'area a maggioranza islamica: Indonesia e Malaysia.

Ashar Sarimachi, giovane studente al quarto anno della facoltà di Scienze politiche alla Thammasat University e presidente della Confederazione studenti musulmani in Thailandia, in testa al capannello dei manifestanti, afferma che i rohingya sono "trattati come istigatori delle violenze", piuttosto che come "vittime". Egli denuncia che le cronache relative agli incidenti nello Stato birmano di Rakhine sono state "distorte" e "fuorvianti", perché hanno ribaltato la realtà dei fatti. Gli studenti presenti alla manifestazione (una dozzina in tutto), con cartelli e slogan fra cui "Fermate il massacro dei rohingya", hanno inoltre lanciato un appello al governo del Myanmar perché conceda una migliore assistenza alle vittime delle violenze e promuova politiche di tutela verso i gruppi di minoranza.

Intanto il colonnello Manat Kongpan, responsabile delle operazioni interne di sicurezza in Thailandia, conferma che i profughi rohingya in fuga dal Myanmar saranno aiutati con viveri e acqua, ma non verranno accolti dal governo di Bangkok. Al riguardo, l'esercito sta istruendo le popolazioni della costa - in particolare sulle isole Andamane sponda thai - perché avvisino le autorità competenti in caso di nuovi sbarchi. Secondo le previsioni, nei prossimi mesi si attende un vero e proprio esodo dai confini birmani, che interesserà anche donne e bambini in cerca di asilo in Indonesia o Malaysia, nazioni a maggioranza musulmana.

Per il professor Umara Pongsapit è "urgente" affrontare il problema dei rohingya, che vivono in condizioni disagiate, privati della cittadinanza in Myanmar e dei diritti umani di base. Serve un intervento, aggiunge, a livello nazionale e internazionale per attivare politiche atte a risolvere l'emergenza. Gli fa eco Prapasri Petchmeesri, delegato thai alla commissione intergovernativa Asean per i diritti umani, secondo cui il rifiuto di concedere la cittadinanza ai rohingya "viola i loro diritti umani di base".

Nei giorni scorsi gruppi per i diritti umani hanno accusato di nuovo le autorità del Myanmar e i buddisti, autori di violenze e violazioni contro i musulmani rohingya nello Stato occidentale di Rakhine. Nell'area vige ancora l'emergenza e un paio di settimane fa l'Onu ha denunciato l'arresto di alcuni operatori umanitari, fra cui membri delle stesse Nazioni Unite. All'origine dei violenti scontri interconfessionali, lo stupro e l'uccisione a fine maggio di Thida Htwe, giovane buddista Arakanese, poi vendicato dall'assalto a un bus carico di musulmani, con la morte di dieci persone che nulla avevano a che fare con l'omicidio delle violenze contro la ragazza. Da allora le violenze non si sono mai fermate e hanno innescato un nuovo esodo di massa dei rohingya verso le coste della Thailandia e del Bangladesh. Tuttavia i governi di Dhaka e Bangkok perseguono nella politica dei respingimenti.


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