15/02/2021, 12.23
LIBANO
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Beirut, la crisi politica affossa il modello della ‘nazione-messaggio’

di Fady Noun

La preghiera interreligiosa per l’assassinio di Lokman Slim ha sollevato polemiche feroci. Il timore è che l’estremismo possa vincere sulla moderazione. Il richiamo del Concilio Vaticano II a dimenticare il passato e a sforzarsi alla comprensione reciproca. Una nuova era di fraternità umana in cui la cittadinanza sostituirà la “dhimmitudine”.

Beirut (AsiaNews) - Nel fine settimana il patriarca maronita, il card. Beshara Raï, è tornato ad attaccare la classe dirigente incapace di formare un governo di unità nazionale, rilanciando la proposta di una “conferenza internazionale speciale per il Libano, sotto l’egida Onu”. Non siamo disposti, ha aggiunto, ad abbandonare la visione del Paese-messaggio e affondare nell’oscurantismo, cedendo il passo ai “progetti regionali contrari al suo spirito”. Nell’omelia della messa domenicale dalla sede patriarcale di Bkerké, il porporato ha ricordato che una conferenza di questa natura non priva il Paese della propria sovranità o indipendenza ma lo restituirà alle sue istanze. 

A ostacolare la nascita dell’esecutivo una serie di eventi che hanno fatto piombare la politica e la società civile libanese, già piagata dalla pandemia di nuovo coronavirus, agli anni più bui del conflitto. Fra questi la doppia esplosione al porto di Beirut che ha portato alle dimissioni del predecessore Hassane Diab e l’assassinio di Lokman Slim.

Il momento di preghiera interreligiosa che ha caratterizzato i funerali di Lokman Slim, assassinato il 4 febbraio scorso, ha sollevato un mare di polemiche a motivo delle circostanze preoccupanti che caratterizzano l’omicidio e per le accuse lanciate contro Hezbollah. Criticato dai circoli vicini a questo partito, il narratore della storia del martirio dell’imam Hussein, il nipote del Profeta (680), uno dei momenti salienti di questo tempo di preghiera, è stato costretto a rinnegare il suo approccio. 

Dal canto suo, l’arcivescovo di Beirut Boulos Abdessater, ha pensato bene di precisare che il prete che ha guidato la preghiera, un cristiano, non fa parte della sua diocesi e che lui stesso non ha delegato nessuno per queste esequie. In effetti, alcuni fedeli hanno rimproverato agli organizzatori della cerimonia di aver conservato un inno tradizionale del venerdì santo, Ana el-Oum el-Hazina (un Mater Dolorosa orientale), in cui la Vergine manifesta i propri dolori davanti alla crocifissione di Gesù, una morte particolarmente crudele in cui il supplice, inchiodato al legno, muore soffocato fra indicibili sofferenze. 

Scioccato da queste due ritrattazioni, il ministro della Giustizia Marie-Claude Najm vi ha scorto una sorta di “perdita di identità” del “Libano messaggio”. Bisogna concedergli in effetti che vi è, nel corso delle cose, di che preoccuparsi. Per inciso, vogliamo far notare che queste due recite sollevano grande scalpore. Essi affermano il dolore di una morte inflitta in modo ingiusto. E anche se sono distinte a livello teologico, si sovrappongono sul piano tematico, perché parlano della morte di un “giusto”, una delle ragioni per cui la famiglia di Lokman Slim, ucciso a sangue freddo e senza pietà alcuna, ha potuto invece desiderarli. 

Per quale motivo dovremmo privare la famiglia di un uomo strappato in modo così brutale all’affetto dei propri cari, del conforto che può garantire la fede attraverso un cantico nel quale si esprime la compassione della Vergine per suo figlio o il racconto straziante del martirio dell’imam Hussein? Certo, la preghiera interreligiosa è ancora troppo rara e può dare adito a imbarazzi. Ciononostante, abbiamo il diritto di dire che si sono profanate le invocazioni in questione? Non è piuttosto il segno che l’estremismo ha finito per vincere sulla moderazione? Il vivere in comune è ormai già sulla difensiva?

Alcuni, per analogia, sono arrivati anche a mettere in dubbio sui social la fondatezza del dialogo interreligioso, pensando che il dialogo stesso non porti da nessuna parte fra due sistemi teologici chiusi, autosufficienti e irriducibili l’uno all’altro. Tuttavia, la difficoltà di un dibattito teologico interreligioso presuppone esso stesso in modo automatico la sua inutilità? Di contro, sono vani e inutili gli sforzi profusi dalla Chiesa cattolica per cercare di promuovere a partire dal Concilio Vaticano II la fraternità umana e il rispetto di tutte le tradizioni religiose, in particolare l’islam?

Nel documento conciliare Nostra Aetate la Chiesa cattolica dice di guardare “con stima i musulmani, che adorano il Dio unico, vivo e sussistente, misericordioso e onnipotente, creatore del cielo e della terra, che ha parlato agli uomini […] Anche se, nel corso dei secoli, numerosi dissensi e inimicizie si sono manifestate fra i cristiani e i musulmani, il santo concilio esorta tutti a dimenticare il passato e a sforzarsi in modo sincero alla comprensione reciproca, così come a proteggersi e a promuovere insieme, per tutti gli uomini, la giustizia sociale, i valori morali, la pace e la libertà”. 

Ed è nel quadro di questa tradizione di stima che papa Francesco ha sottoscritto ad Abu Dhabi, nel febbraio 2019, con il grande imam di al-Azhar Ahmad el-Tayyeb, un “Documento sulla fratellanza umana” nel quale l’islam annuncia una nuova era di fraternità umana in cui la cittadinanza sostituirà la “dhimmitudine” (patto che sancisce le attuali relazioni con i non musulmani e Stato islamico). 

Commemorando il 4 febbraio scorso la prima Giornata internazionale della fraternità umana, sancito dalle Nazioni Unite, Francesco ha lanciato un appello a impegnarsi ogni giorno nel dialogo interreligioso. Ed è in questo spirito che egli insiste per andare in Iraq, dal 5 all’8 marzo prossimo, e dove incontrerà al suo arrivo il grande ayatollah Ali al-Sistani, una delle principali autorità del mondo sciita. 

“Grazie a tutti per aver scommesso sulla fratellanza - ha detto il pontefice nella videoconferenza del 4 febbraio scorso - perché oggi la fratellanza è la nuova frontiera dell’umanità. O siamo fratelli o ci distruggiamo a vicenda”. Parole che mirano a soprattutto a salvaguardare quello spirito di armonia di fronte all’emergere del terrorismo jihadista nel mondo. Rimproveriamo al documento sulla fratellanza umana di aver affermato che la diversità religiosa è “voluta da Dio nella sua saggezza” e di aver così rinunciato a rendere unici Cristo e la fede cristiana. Una concessione all’islam? No, ma un adattamento del mistero dell’unità nella diversità della grande famiglia umana descritta dalla Nostra Aetate, e alla necessità di comportarsi in modo fraterno verso tutti. 

Nel preambolo, essa afferma: “Gli uomini attendono dalle varie religioni la risposta ai reconditi enigmi della condizione umana, che ieri come oggi turbano profondamente il cuore dell’uomo”. E conclude sottolineando: “Non possiamo invocare Dio come Padre di tutti gli uomini, se ci rifiutiamo di comportarci da fratelli verso alcuni tra gli uomini che sono creati ad immagine di Dio. L'atteggiamento dell'uomo verso Dio Padre e quello dell'uomo verso gli altri uomini suoi fratelli sono talmente connessi che la Scrittura dice: « Chi non ama, non conosce Dio » (1 Gv 4,8). Viene dunque tolto il fondamento a ogni teoria o prassi che introduca tra uomo e uomo, tra popolo e popolo, discriminazioni in ciò che riguarda la dignità umana e i diritti che ne promanano”. 

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