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» 25/11/2004 09:41
ARABIA SAUDITA - INDIA
Brian O'Connor: "Io, cristiano, nelle prigioni saudite"
di Nirmala Carvalho

Intervista esclusiva con il cristiano protestante indiano, accusato di evangelizzazione e liberato dopo una campagna internazionale sostenuta da AsiaNews. Brian O'Connor chiede: "Nelle prigioni saudite vi sono molti altri Brian che hanno bisogno del vostro aiuto".



Hubli (AsiaNews) - Per 7 mesi e 7 giorni è stato prigioniero, incatenato e torturato nelle prigioni dell'Arabia Saudita, accusato di "evangelizzazione cristiana". Brian Savio O'Connor, 36 anni, protestante del Karnataka, è ormai libero dai primi di novembre, grazie anche a una campagna internazionale che AsiaNews ha lanciato a suo favore insieme a vari siti cattolici e non sparsi nel mondo.

Da Hubli, una piccola città del sud del Karnataka, dove vive col fratello e la famiglia, O'Connor ha accettato di parlare con AsiaNews della sua esperienza.

Brian O'Connor è un Anglo-indian. Il 15 aprile '98 è arrivato in Arabia Saudita, accettando di lavorare come addetto ai bagagli per la compagnia aerea saudita (Saudi Arabian Airlines). Nel suo tempo libero O'Connor organizza incontri biblici in privato, con persone pakistane e arabe. Ha con sé un centinaio di DVD a tema biblico: citazioni, documentari, film su personaggi della Bibbia, oltre a circa 60 videocassette con le prediche del pastore Benny Hinn della Trinità Broadcasting Corporation. Nel suo computer ha anche installato una versione digitale della Bibbia.

Il regno saudita, dove vi sono le città sante di Mecca e Medina, dominato da un'ideologia fondamentalista, proibisce ogni espressione religiosa diversa dall'Islam. La polizia religiosa – la famigerata Muttawah – vigila per eliminare ogni bibbia, rosario, croce, o assemblea cristiana. E anche se i reali sauditi permettono pratiche religiose diverse dall'Islam almeno in privato, la polizia religiosa non fa distinzione.

Sig. O'Connor, come è avvenuto il suo arresto?

La sera del 25 marzo, verso le 5.45, ricevo una telefonata da uno sconosciuto di nome Joseph. Diceva che era amico a un certo Orlando e voleva incontrarmi per parlare di cristianesimo. Non conoscevo nessun Orlando e perciò mi sono insospettito. Ad ogni modo li ho invitati a venire nella mia stanza, nella casa che la mia ditta, musulmana, mette a disposizione per i suoi impiegati. L'uomo di nome Joseph insiste che dovremmo incontrarci fuori, in un bar di fronte. Gli chiedo chi fosse e lui mi dice che è egiziano. In realtà la sua parlata aveva un forte accento saudita. Appena uscito di casa,  scopro che vi sono 3 macchine in attesa, piene di poliziotti religiosi. Avevano perfino i binocoli a raggi infrarossi. Questi significa che ero controllato da tempo. I poliziotti mi agguantano, mi mettono in una delle auto e mi portano dentro a una moschea. La polizia islamica mi ha incatenato i piedi. Uno dei poliziotti, un gigante di almeno 2 metri (io sono alto solo 1,70 m), mi prende dalla catena dei piedi e mi mette a testa in giù facendomi oscillare. Per molto tempo dopo, di notte mi svegliavo al ricordo dello stridore di quelle catene. Per più di un'ora hanno continuato a colpirmi facendomi oscillare a testa in giù: mi davano pugni, calci, frustate. Non potevo nemmeno proteggermi dai colpi sulla faccia perché avevo le mani legate dietro la schiena.

Verso mezzanotte, mentre ero debolissimo per le torture, un poliziotto mi mostra delle carte. Fra una tortura e l'altra mi ordinano di firmare la mia confessione e cioè che possedevo dei CD e dei DVD biblici e che evangelizzavo in Arabia saudita.  A questa accusa ho risposto loro che gli incontri religiosi in privato non sono illegali. Ma loro continuano ad insistere che la pratica di ogni fede diversa dall'Islam è proibita.

Dopo un po' mi chiedono di firmare anche un altro foglio con cui confessavo di aver venduto alcol. Ma anche se ero debole ed esausto, mi sono rifiutato di firmare questa falsa confessione. E ho detto a un poliziotto: "Sono un credente in Gesù, un predicatore… come è possibile che io venda dell'alcol?" [ndr: i protestanti evangelici non fanno uso di alcol e lo proibiscono].

Ci descriva la sua vita in prigione…

Mi sentivo molto debole e spaventato: non sapevo quali altre false accuse potevano montare contro di me: tutte le mie cose erano state confiscate; la mia abitazione perquisita da cima a fondo… Mi dispiaceva anche tutto il dolore che provocavo alla mia famiglia in India. In prigione ho vissuto in una cella con altre 17 condannati per omicidio, commercio di droga, e altri crimini pesanti. La sezione dove ero confinato ha 14 celle; le poche guardie vigilavano sui nostri movimenti e le nostre conversazioni. E come se non bastasse, vi erano anche delle telecamere dovunque. Non ho avuto problemi per il cibo: arabi e indiani mangiano più o meno le stesse cose. Alcuni miei amici, corrompendo una delle guardie, sono riusciti anche a procurarmi un telefonino. Grazie a questo strumento – illegale in prigione – potevo stare in contatto con la gente fuori.

Le permettevano di pregare?

All'inizio, ogni volta che cercavo di pregare, i miei compagni di prigione mi interrompevano e mi criticavano. Dopo un mese sono divenuto amico di alcuni di loro e loro stessi hanno chiesto ai carcerieri di darmi il permesso di pregare. Potevo farlo solo fuori dell'orario della preghiera islamica. Quando tutta la prigione si fermava per la preghiera musulmana 5 volte al giorno ero obbligato a stare in silenzio e immobile.

Come definirebbe la sua vita in prigione?

Come una benedizione  "paradossale" (lett.: blessing in disguise, benedizione travestita): mi sento un privilegiato per aver sofferto a causa di Gesù. Oltretutto, la mia presenza in prigione ha portato almeno 21 persone a conoscere il Cristo. Grazie a questa avventura la mia fede e la mia resistenza si sono accresciute. Il Signore mi ha confermato nella missione e nella predicazione.

Non le dispiace essere andato in Arabia Saudita?

No, considero una "benedizione paradossale" anche l'esservi andato. Nel dicembre 2003 mi hanno offerto un lavoro in Gran Bretagna, che io ho rifiutato. Forse è stato un suggerimento dello Spirito Santo: se avessi accettato non avrei avuto questa possibilità di testimoniare il vangelo nelle prigioni dell'Arabia Saudita.

 

Il 15 settembre 2004 O'Connor è portato in tribunale, accusato di vendita di alcolici, uso di droga, possesso di materiale pornografico e diffusione del cristianesimo. Secondo la legge saudita, per tutte queste accuse, O'Connor rischia almeno l'ergastolo. Il giudice separa le accuse di evangelizzazione dalle altre: per la prima sarà giudicato da una Corte Superiore; per le altre si giudica al momento e si chiamano come testimoni i poliziotti islamici.

Intanto nel mondo si è diffusa una campagna per la sua liberazione. Il Principe Naif, il secondo in ordine d'importanza nella casa reale saudita,  manda un ordine scritto alla corte per chiudere il caso e far cadere tutte le accuse contro O'Connor. Ma il 20 ottobre, nonostante l'ordine della casa reale, la corte si incontra per giudicare O'Connor solo per le accuse di vendita di alcol.

Come hanno fatto ad accusarla di vendita di alcol?

Il 20 ottobre il Pubblico Ministero afferma che un uomo inviato dalla Muttawah dice di aver comprato dell'alcol da O'Connor e lo ha pagato con una banconota segnata. La polizia islamica dice di aver trovato addosso a me questa banconota segnata. Secondo l'accusa io ho venduto 10 bottiglie da un litro di alcolici. Ho chiesto di presentare il mio caso alla Corte d'Appello. E ho anche chiesto di verificare se sulle bottiglie e sulle banconote vi erano le mie impronte digitali. Loro mi hanno risposto che in Arabia saudita non hanno questi sistemi di controllo. E mi hanno chiuso ancora in cella.

Lei è stato condannato a 10 mesi di prigione e a 300 frustate. Cosa è successo poi?

Avevo già passato 7 mesi in prigione; me ne restavano ancora 3. Quanto alle frustate, grazie a Dio non lo hanno fatto. Ma è curioso che, nonostante l'ordine del principe Naif, restavo ancora in prigione: sembra proprio che non vi sia coordinamento fra la polizia islamica e il governo. Ad ogni modo, una notte vengono a prendermi e mi conducono in auto all'aeroporto, caricandomi su un volo per Mumbai, dove sono stato accolto dai miei fratelli di fede. Un fatto interessante che mi hanno detto: dopo che mi hanno espulso, la corte mi ha ancora cercato per presentarmi di nuovo in tribunale il 6 novembre scorso! E così sono ancora atteso in Arabia per la conclusione del processo… È davvero ridicola tutta questa… efficienza!

Come forse sa, AsiaNews e altri gruppi in Italia e nel mondo hanno lanciato una campagna internazionale per la sua liberazione….

Sono veramente grato ad AsiaNews per questo. E ringrazio anche Christian Solidariety Worldwide e la All India Christian Council per il loro sostegno. Voglio ringraziare in particolare tutti i lettori di AsiaNews per le cartoline e le lettere a valanga che sono arrivate da tutto il mondo. Ma voglio anche lasciarvi un compito: nelle prigioni saudite vi sono ancora molti altri Brian che hanno bisogno del vostro aiuto.

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