22/01/2021, 11.57
ARGENTINA-SIRIA
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Buenos Aires, la calda accoglienza per i profughi siriani

di Silvina Premat

Il Paese sudamericano è una meta ambita per chi vuole fuggire dalla guerra in Siria con tutta la famiglia. Il lavoro della comunità cattolica e delle ong di ispirazione cristiana. Una risposta alla chiamata di papa Francesco. I migranti ringraziano l’umanità del popolo argentino.

Buenos Aires (AsiaNews) – Emigrare dalla Siria e adattarsi a un Paese totalmente diverso non è stato facile per Fadi Ali. Nativo della città di Latakia, festeggerà a marzo cinque anni dal suo arrivo in Argentina ed è “felice e molto grato”: il mese prossimo otterrà infatti la cittadinanza argentina. Egli è un “migrante forzato”. I volontari locali delle organizzazioni non governative che lavorano per accogliere i siriani chiamano così quelli che altri definiscono “rifugiati”.

Quando lui e sua moglie hanno deciso di lasciare la Siria vivevano in mezzo alla guerra da quasi un decennio. Fadi aveva un buon lavoro, ma la paura di perdere una persona cara nell'esplosione di una bomba era più forte. “Dopo non si può più riaverli indietro ed è inutile dire che avremmo dovuto fare questo o quello”, ha dichiarato ad AsiaNews il profugo siriano, un ingegnere agricolo che ora è direttore di un’azienda tessile a Buenos Aires, dove vive con la sua famiglia.

Fadi e la sua sposa hanno scelto un Paese così lontano e sconosciuto perché ha permesso loro di emigrare con i due bambini piccoli. “Partire da solo non era un’opzione per me – ricorda Fadi – come fanno molti miei connazionali che vanno in uno Stato europeo, si stabiliscono e poi fanno tutte le pratiche per portare le loro famiglie. Ci vogliono anni. Non potevo lasciare in Siria la mia famiglia; volevo che andassimo via tutti insieme e le altre nazioni non lo permettevano”.

Grazie alle Suore Schiave del Sacro Cuore di Gesù, che hanno fatto da tramite , e a una comunità che li ha accolti a Buenos Aires, le difficoltà di inserimento dei migranti siriano sono state minori del solito. “All'inizio – dice Fadi – è molto difficile perché hai lasciato tutto, la tua famiglia e i tuoi ricordi, e perché non conosci la lingua, il Paese e la gente”. Egli spiega che per i primi mesi ha comunicato in inglese e poi ha fatto un corso intensivo di spagnolo e ha potuto anche lavorare come interprete nel programma del governo per accogliere i siriani.

Si tratta del  “Programa Siria”, le cui esperienze non sono tutte felici. Diverse ong di ispirazione religiosa hanno iniziato poi a lavorare in rete e due anni fa hanno reso possibile la replica in Argentina del “patrocinio comunitario”, un modello collaborativo lanciato in Canada e adottato oggi in molti Paesi europei. Esso facilita l’interazione tra organizzazioni internazionali, programmi governativi e gruppi della società civile che si prendono cura di migranti e rifugiati.

Tra le entità più attive ci sono la Adventist Development and Relief Agency, la Fondazione Amal, Youth with a Mission (dei cristiani battisti) e Manos Abiertas, un’opera apostolica legata alla Compagnia di Gesù. Gli evangelici hanno fatto propria una richiesta che in termini rigorosi non era rivolta a loro: quella fatta nel 2015 da papa Francesco ai cattolici europei di accogliere coloro che “fuggono dalla morte per guerra e carestia”.

La collaborazione con l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, e l’Alto Commissariato Onu per i rifugiati, ha permesso a questi e ad altri gruppi umanitari di accogliere in Argentina una dozzina di famiglie siriane.

I volontari accompagnano e assistono i migranti dall’aeroporto fino alla loro integrazione nella società. Il lavoro amministrativo e manageriale è complicato, richiede tempo ed energia. “È la parte più difficile, ma tutti lo fanno come un servizio parte della missione. La cosa più bella è stare con le famiglie”, afferma Marta Irigoy, leader di Manos Abiertas.

Le restrizioni internazionali e locali dovute alla pandemia da Covid-19 hanno ritardato la partenza per l’Argentina di un’altra dozzina di famiglie siriane. Ciò ha accresciuto le aspettative di chi attende il loro arrivo: “Il nostro – dice Irigoy –  è un seme di senape. Un granello che per i migranti può avere un significato enorme”.

Fadi Ali lo testimonia. Di famiglia musulmana, non pratica alcuna religione: “Ho il mio modo di comunicare con Dio”. Egli aggiunge che nel mezzo di un conflitto come quello in Siria si può perdere la fede. È a causa della tristezza di tutto ciò che uno è costretto a vedere; qualcosa che spinge a domandarti: “Dov'è Dio?”.

Fadi racconta di aver  pensato a un certo punto che in questo mondo si è soli. “Quando sono arrivato in Argentina ho visto però che ci sono ancora esseri umani, ci sono persone che si preoccupano degli altri, che hanno la capacità di amare e aiutare. Per me Dio non è molto più di questo. È puro amore tra di noi. È cura del prossimo. È sentire il dolore dell'altro anche se non ci sono relazioni familiari o lingue in comune. Quando siamo arrivati non c'era modo di comunicare, ma l'amore che ci hanno mostrato, la pazienza che hanno avuto per noi era per un motivo”.

Come forma di gratitudine, Fadi ha scritto e regalato alla suora che ha accolto lui e la sua famiglia in Argentina una preghiera che trae ispirazione dalla sua esperienza:

Mio Signore,

Ti ho cercato a lungo con gli occhi vuoti e il cuore chiuso.

Ti ho cercato ovunque e in ogni angolo buio di questa vita. Negli occhi spaventati di coloro che non hanno casa e che non hanno speranza. Ho cercato di sentire la tua voce nei rumori della guerra e nelle grida degli oppressi.

Sono stato così vicino a perderti per sempre... ma finalmente ti ho trovato. Non in una grande moschea o in una chiesa di lusso.

Ho trovato la Tua luce che brilla nei cuori di quelle persone che ora mi circondano.

Mio Signore,

mi hai trovato mentre io ho passato la mia vita a cercarti in altri posti. Che la Tua gloria risplenda nei cuori di coloro che vivono nelle tenebre.

Che il Tuo Santo nome dia pace a coloro che hanno perso tutto.

Che il Tuo Santo nome benedica questo luogo e coloro che ci hanno dato la speranza e dimostrato che l'umanità alla fine trionferà.

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