16/12/2008, 00.00
INDIA
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Calcutta: il Natale dei Missionari della Carità, fra i malati di Aids

di Nirmala Carvalho
Alla “Casa della pace” si sperimenta l’amore di Dio attraverso il lavoro a contatto con i sofferenti. Il dramma della malattia diventa occasione di riscatto e di redenzione. I religiosi di Madre Teresa celebrano il Natale pregando per i cristiani perseguitati in Orissa.

Calcutta (AsiaNews) – I Missionari della Carità (Mc) di Madre Teresa si preparano al Natale a “Shanti Bhavan” (“Casa della Pace”) in Tengara Road a Kolkata, dove accolgono i malati di Aids. Fratel Yesudas spiega ad AsiaNews come, tra i malati e i bisognosi, sperimenta che “solo l’amore verso gli altri ci fa realizzare come persone. Più amiamo gli altri, più conosciamo Dio, che a Natale si è reso una ‘persona’ per la nostra redenzione”.

Fratel Yesudas racconta che “a Shanti Bavan assisto ogni giorno alla lotta, le sofferenze e l’umiliazione di chi è malato di Hiv/Aids. Quando sono accanto a loro, spesso mi chiedo in che modo Dio aiuta costoro che più ne sono bisognosi. Ma sempre vedo la compassione e la tenerezza di Dio manifestarsi attraverso gli stessi malati che lavorano con noi, che ci aiutano con gentilezza verso gli altri sofferenti. Sono come angeli, per loro. Sono come il tempio di Dio, in loro abita e si rivela la Sua potenza, più che negli altari costruiti dall’uomo.”

“Alla Scuola di Medicina Tropicale ci sono persone sconfitte dalla sofferenza e dalla disperazione. Ma lì ho incontrato Sujata Mondol, con una faccia tranquilla e un sorriso quieto. È affetta da Aids ad uno stadio avanzato, la Toxoplasmosi encefalica le procura mal di testa continui, confusione e attacchi improvvisi. Suo marito è morto per questo male e l’ha contagiata. Parla di lui come una brava persona che si è presa cura di lei e delle 2 figlie, si commuove e piange. Mi ha ricordato le parole di don Helder Camara: ‘Alcune persone sono come la canna da zucchero, anche quando la spezzi e riduci in polvere, ne esce fuori dolcezza’. Ero accanto a Sudaja quando è morta, con un volto tranquillo e una luce nello sguardo”.

“Alcuni mesi fa in ospedale ho incontrato un’altra donna, Ashima Panja, molto malata e vicina alla fine. Il signor Asharam, uno dei nostri collaboratori, si prendeva cura di lei ogni giorno, la portava al centro diagnostico per le analisi. La donna aveva un solo desiderio: morire nella sua casa. Così, dopo che è morta, i fratelli l’hanno presa dall’ospedale e portata alla sua casa, un luogo che lei amava. E’ stato come se lo spirito di Dio in lei si fosse trasmesso alla sua famiglia come un dono di vita”.

“A ottobre sono stato invitato a un incontro a Delhi sul significato della vita, molti oratori hanno cercato di spiegare la sofferenza e la disperazione tramite la teologia”. “Ma per me è meglio prestare ascolto a chi condivide le sue sofferenze, in loro c’è Dio. Condividendo le loro sofferenze, dolori e angosce, ho scoperto che quegli uomini e donne sofferenti sono la casa di Dio, che Dio non è fuori da loro, lontano, ma è nato in mezzo alla fatica e alla sofferenza”. Per fratel Yesudas la “Casa della pace” rappresenta il luogo privilegiato per “cantare la gloria di Dio” e sperimentare la “comunione con Cristo” attraverso il servizio “ai deboli, ai bisognosi e ai malati: uomini e donne senza speranza, che sono affidati alla nostra cura. È il luogo dove ogni giorno sperimentiamo il Natale”.

Fratel Alfred Kujjur, superiore di “Shanti Bhavan”, confessa la sua amarezza per le violenze che hanno colpito i cristiani in Orissa; una persecuzione che non ha risparmiato i Missionari della Carità, i cui centri religiosi “sono stati attaccati due volte, prima a dicembre poi ad agosto”. Per questo si è deciso di festeggiare il Natale in tono minore: “Vi sarà la solenne celebrazione eucaristica – afferma fratel Alfred – e pregheremo con i malati per le sofferenze della Chiesa e dei cristiani in India, ma non vi saranno particolari feste”. Anche i Missionari della Carità hanno subito violenze e distruzione: “Hanno attaccato un lebbrosario – racconta – nel quale la gran parte degli ospiti era di religione indù: persone abbandonate dalle loro famiglie a causa della malattia. A dispetto delle violenze subite, i nostri confratelli aspettano con impazienza di rientrare nella missione per continuare la loro opera verso i malati”.

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