14/03/2026, 10.40
KUWAIT - GOLFO
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Kuwait, p. Sliman: guerra ‘tocca la vita quotidiana’. La Chiesa risposta alla ‘precarietà’

di Dario Salvi

Il sacerdote originario di Jaffa racconta una realtà di apprensione e criticità vissuta “con grande dignità umana”. La crisi innescata dal conflitto non è “lontana” e “si vive tra prudenza, timore e preghiera”. Il conflitto tocca “sensibilità profonde” interne alla fede musulmana. L’appello ai lettori di AsiaNews: ogni guerra “è una ferita nell’umanità”.

 

Milano (AsiaNews) - La Chiesa è “casa” e diventa luogo sicuro in una situazione di “precarietà” vissuta “con grande dignità umana”, sebbene la popolazione avverta che “non si tratta di una crisi lontana, ma di una realtà che tocca la vita quotidiana”. Così p. Sliman Hifawi, aiuto-parroco e responsabile delle comunità arabe latine, ispaniche, italiane e neo-catecumenali e portavoce della Chiesa cattolica in Kuwait, racconta ad AsiaNews la guerra lanciata da Israele e Stati Uniti all’Iran il 28 febbraio, che si è allargata alle nazioni del Golfo. Il 37enne sacerdote del Patriarcato latino di Gerusalemme (Lpj) è nato a Jaffa, in Israele, e nei tre anni precedenti l’ordinazione a diacono nel 2017 aveva già vissuto la missione nel Golfo. In passato ha ricoperto l’incarico di vicario parrocchiale presso la parrocchia di Cristo Re a Misdar, in Giordania, e di vicario parrocchiale presso la parrocchia della Sacra Famiglia a Ramallah, in Cisgiordania.

Fra i cattolici dell’emirato, in larghissima parte migranti economici dall’Asia, vi è “paura, soprattutto per chi è lontano dalla propria famiglia” racconta il sacerdote, ma molti expat “sentono un legame reale con questa terra. Per tanti anni il Kuwait è diventato un luogo di lavoro, di relazioni, di sacrificio e anche di fede vissuta” e per questo “non lo percepiscono semplicemente come passaggio”. Ai nostri lettori lancia un appello: “Non abituiamoci alla guerra. Ogni guerra - avverte p. Sliman - è una ferita nell’umanità”. Intanto il ministero degli Interni del Kuwait ha ufficializzato il divieto di raduni, concerti, rappresentazioni teatrali, altro genere di spettacoli e matrimoni nel periodo di Eid-al-Fitr, la festa che segna la fine del Ramadan, mese sacro di digiuno e preghiera islamico. Le autorità privilegiano la sicurezza fra instabilità e timori: nei giorni scorsi, infatti, un attacco di droni proveniente dalla Repubblica islamica ha causato danni significativi alla base aerea statunitense di Ali al-Salem.
Di seguito, l’intervista integrale del sacerdote ad AsiaNews:

P. Sliman, come state vivendo l’escalation del conflitto?
La viviamo con un forte senso di precarietà, ma anche con una grande dignità umana. La popolazione avverte che non si tratta di una crisi lontana, ma di una realtà che tocca la vita quotidiana. Le famiglie seguono le notizie con apprensione, molti hanno parenti in altri Paesi della regione, e tutti percepiscono quanto sia fragile l’equilibrio del Golfo in questo momento. Dopo l’inizio della guerra il 28 febbraio, il conflitto ha coinvolto diversi Paesi del Golfo con attacchi missilistici e con droni, e anche il Kuwait ne ha risentito. Si vive tra prudenza, timore e preghiera. La gente cerca di custodire la normalità della vita: il lavoro, la famiglia, le relazioni. Ma nel cuore si avverte che stiamo attraversando un tempo particolare. In momenti come questi si comprende più chiaramente che la pace non è scontata: è un dono da invocare e da custodire ogni giorno.

Il Kuwait, fra l’altro, è uno dei fronti più esposti alla rappresaglia iraniana. In queste due settimane come è cambiata la situazione, anche sul piano confessionale?
La situazione è cambiata molto rapidamente. All’inizio si temeva che il conflitto potesse estendersi; poi si è compreso che questa estensione era già in atto. In Kuwait vi sono stati attacchi e momenti di allarme reale, e le autorità hanno rafforzato in modo evidente le misure di difesa e di protezione civile. Oltre alla dimensione militare, però, si avverte anche una forte intensità umana e psicologica. L’incertezza pesa sulla vita delle persone, e molti vivono con la sensazione che tutto possa cambiare improvvisamente. Questo crea una tensione interiore che chiede non solo sicurezza, ma anche speranza e fiducia mentre nella vita quotidiana non emergono tensioni confessionali palesi.
Di certo la guerra tocca sensibilità profonde nella regione, e ciascuno può avere letture diverse degli eventi. Tuttavia si percepisce anche una forte consapevolezza del rischio che il conflitto possa dividere il tessuto interno del Paese. Proprio per questo molti sentono la responsabilità di custodire l’unità e di non lasciarsi trascinare dall’odio. In tempi di prova emerge il desiderio di proteggere la convivenza e il rispetto reciproco. È una sfida, ma anche un segno di maturità civile e religiosa.

E la comunità cattolica del Kuwait come vive questa fase? Prevale il timore o la speranza?
La comunità cattolica vive questo momento con emozioni profonde. Da una parte vi è timore, perché molti fedeli sono stranieri e lontani dalle loro famiglie. Dall’altra c’è una speranza che nasce dalla fede. Ciò che i cattolici chiedono alla Chiesa, prima di tutto, è di non essere lasciati soli, chiedono preghiera, vicinanza, ascolto. Hanno bisogno di sentire che la Chiesa è casa, che è un luogo dove si può trovare consolazione e forza. In questi giorni emerge soprattutto un bisogno spirituale: pregare insieme, affidare le proprie paure al Signore e ritrovare pace nel cuore.

Padre, le celebrazioni si svolgono regolarmente o vi sono state interruzioni alle attività?
Abbiamo cercato di mantenere, con prudenza e responsabilità, la vita liturgica della comunità. Nei tempi difficili il popolo ha bisogno dei sacramenti e della preghiera comune. Alcune attività pastorali sono state adattate alla situazione. Le messe continuano, mentre per il catechismo e alcuni incontri si è deciso, in questa fase, di utilizzare modalità a distanza. È una scelta fatta per proteggere le persone e allo stesso tempo per non interrompere il cammino di fede. Anche questo è un modo di prendersi cura del popolo di Dio.

I fedeli del Golfo vivono una Quaresima e un Ramadan di guerra e di violenza: questa situazione aiuta a rafforzare la collaborazione?
Credo che in parte sia così. Quando la sofferenza tocca tutti, si comprende meglio che non possiamo restare chiusi nelle nostre appartenenze. Questa coincidenza tra Quaresima e Ramadan, in un contesto di guerra, può diventare anche un tempo di purificazione e di solidarietà. Di fronte alla paura e all’incertezza molte persone sentono il bisogno di sostenersi reciprocamente. Si riscopre che la fede autentica conduce alla compassione e alla responsabilità verso gli altri. In questo senso anche la prova può diventare una scuola di fraternità.

I cattolici in Kuwait sono in larghissima maggioranza “expat” da India e Filippine. Come vivono questa fase di guerra? Vogliono fuggire o sentono il legame con questa terra?
Gli espatriati vivono questo momento con sentimenti contrastanti. Da una parte vi è paura, soprattutto per chi è lontano dalla propria famiglia; dall’altra molti sentono un legame reale con questa terra. Per tanti anni il Kuwait è diventato un luogo di lavoro, di relazioni, di sacrificio e anche di fede vissuta. Per questo molti non lo percepiscono semplicemente come un luogo di passaggio. La Chiesa e i fedeli, che sentono questa terra come la loro casa, un luogo caratterizzato dal rispetto e dalla tolleranza, pregano per il Kuwait, per il suo Emiro, Mishal Al-Ahmad Al-Jaber Al-Sabah, per il suo governo e per tutto il popolo. Questo è un segno molto bello: significa che la presenza dei cattolici stranieri è anche una presenza umana e spirituale.

P. Sliman, lei è il responsabile dei rapporti con le autorità. Ha avuto modo di incontrare qualche funzionario del governo? Vi sono fronti di preoccupazione particolari? 
Il dialogo con le autorità in questi giorni è segnato soprattutto dal senso di responsabilità. Le istituzioni sono molto attente alla sicurezza, alla stabilità e alla protezione della popolazione. Da parte loro vi è apprezzamento per il ruolo della Chiesa nel mantenere un clima di calma e di responsabilità. In tempi di crisi anche la Chiesa è chiamata a servire il bene comune: incoraggiare prudenza, evitare allarmismi e offrire sostegno spirituale alle persone.

A gennaio avete avuto la visita del card. Parolin e avete festeggiato l’elevazione della prima basilica minore. Dopo la festa il dramma della guerra: come si guarda “con speranza” a questa situazione di grave tensione e violenza?
Proprio per questo evento comprendiamo ancora di più che la speranza cristiana non è superficiale, ma nasce anche dentro le prove. La visita del card. Parolin e l’elevazione della chiesa di Nostra Signora d’Arabia a basilica minore sono stati un momento di grande gioia. Oggi, nel contesto della guerra, quella memoria diventa un segno. Ci ricorda che Dio continua ad agire nella storia anche quando tutto sembra oscurarsi. La speranza cristiana non nega la sofferenza, ma ci aiuta a guardare oltre, confidando che il Signore può aprire ancora cammini di pace. Infine, ai lettori di AsiaNews vorrei dire: non abituiamoci alla guerra. Ogni guerra è una ferita nell’umanità. Chiedo di pregare per il Kuwait, i Paesi del Golfo, l’Iran, il Libano, la Palestina, la Terra Santa e per tutto il Medio Oriente. La preghiera non ci allontana dalla realtà: ci aiuta a portarla davanti a Dio. Desideriamo continuare a essere una Chiesa presente con la preghiera, anche in tempo di prova vogliamo custodire una piccola luce. E spesso, proprio nelle notti più difficili, una piccola luce può diventare un grande segno di speranza. 

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