13/03/2026, 12.07
LIBANO - ISRAELE - IRAN
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Le lacrime e la paura tra i cristiani del Sud del Libano

di Fady Noun

Nonostante i crescenti timori, le persone si rifiutano di lasciare le loro case come chiesto dallo Stato ebraico. Vescovo di Batroun critica (senza menzionarlo) Hezbollah che “attira” di proposito i colpi israeliani su case e campi ora a rischio di invasione. Critiche anche al governo di Beirut per un atteggiamento troppo servile e passivo. Attivista ad AsiaNews: “Se ce ne andiamo, il Sud è perduto”. 

Beirut (AsiaNews) - Analizzando i dodici giorni di guerra già trascorsi tra Israele e Hezbollah, il generale Khalil Gemayel, ufficiale in pensione dell’esercito libanese, spiega ad AsiaNews: “Anche se, apparentemente, finora assistiamo a una serie di incursioni, si tratta della prima fase di un’invasione. Nella dottrina militare, quando si chiede alle popolazioni di interi villaggi di evacuare una zona, significa che è in programma un’operazione militare [di terra] di grande portata”. Tuttavia, prosegue l’alto ufficiale, “nonostante la paura molti abitanti dei villaggi cristiani di confine si rifiutano di lasciare le loro case” come richiesto dall’esercito israeliano, convinti che una partenza potrebbe significare “non tornare mai più sulle loro terre”.

In questi giorni si è tenuta una conferenza stampa presso il Centro cattolico di informazione (Cci) alla presenza di Fouad Abounader, ex capo delle Forze libanesi, di una ventina di amministratori e sindaci dei villaggi interessati, e del vescovo maronita di Batroun, mons. Mounir Khairallah. Il prelato, che è anche presidente della commissione episcopale per l’informazione dell’Apecl (Assemblea dei patriarchi e dei vescovi cattolici in Libano), ha spiegato che queste richieste di evacuazione sono state causate indirettamente dalla guerra tra Hezbollah e le forze israeliane. Pur senza nominare direttamente il partito filo-iraniano, le cui attività militari e di sicurezza sono state dichiarate illegali, mons. Khairallah ha rimproverato ai combattenti sciiti di utilizzare indiscriminatamente case e campi, attirando così sui villaggi cristiani i colpi di rappresaglia.

Situazione ambigua

È stata proprio questa “situazione ambigua” a costare la vita al sacerdote di Qley’a, p. Pierre el-Rahi, e al fratello del parroco di Alma el-Chaab, Sami Ghafari, ha precisato il vescovo. Il quale, ha proseguito, teme che la loro persecuzione provochi “la fuga di tutti i cristiani” dai dodici villaggi al confine con il Libano meridionale, dopo aver già causato lo sfollamento forzato della popolazione dei due villaggi di Kaouzah e Alma el-Chaab.

Popolati da cristiani in maggioranza maroniti, questi villaggi la cui popolazione totale è stimata durante la bella stagione (in estate) a 75mila abitanti, hanno resistito a tutte le guerre combattute in queste regioni. “E questo dal 1948” assicura il vice del presidente del comune di Rmeich, Hanna Amil, durante la conferenza stampa tenuta al Cci. “Lasciamo le nostre case affidandole alla Provvidenza e all’intercessione della Vergine Maria e dei santi, che veglieranno su di esse in attesa del nostro sicuro ritorno” ha aggiunto il capo del comune di Alma el-Chaab, Chadi Sayah. Egli è dovuto partire, assieme ai concittadini, in un convoglio scortato dalla missione Unifil. 

Tre morti ad Aïn Ebel

Con il cuore spezzato Fouad Abounader ci confida al telefono che tre uomini di Aïn Ebel, tra cui un parente stretto dell’ex patriarca maronita Antoine Khoreiche, sono stati uccisi ieri in un attacco con droni mentre stavano installando un’antenna parabolica sul tetto della loro casa. “È stato necessario contattare urgentemente i soccorsi per poterli recuperare. Li abbiamo trovati immersi in una pozza di sangue. La notizia ha sconvolto il villaggio e seminato dubbi e timori nei cuori di tutti coloro che contavano su uno status di relativa neutralità, in particolare rispetto a Hezbollah, per non dover abbandonare i loro villaggi” ha proseguito Abounader. A parlare è un ex signore della guerra, riconvertitosi al lavoro umanitario e sociale attraverso una Ong, Nawraj, il cui obiettivo principale è quello di frenare l’esodo rurale dai villaggi cristiani periferici . 

Durante la conferenza stampa presso il Cci è intervenuto un altro degli amministratori dei villaggi del sud, il quale ha sottolineato che “gli stessi israeliani mostrano di non sapere cosa vogliano in realtà”. Infatti, sebbene il loro ministro della Difesa Israel Katz abbia annunciato ieri che il governo ha chiesto all’esercito di “ampliare il suo dispiegamento all'interno del territorio libanese”, non sembra essere stata ancora fissata alcuna data. Al contempo, l’alto funzionario israeliano ha messo in guardia contro l’inerzia del potere libanese assicurando che, in caso contrario, il suo Paese “intende appropriarsi” di parti del territorio libanese.

Il presidente francese Emmanuel Macron e molti altri come lui in Israele sconsigliano questo dispiegamento e l’eventuale creazione di una zona cuscinetto. Dal punto di vista militare, prolungherà la guerra e offrirà a Hezbollah ulteriori opportunità di colpire l’esercito che li affronta, spiegano gli esperti militari, ricordando come Israele abbia già avuto questa spiacevole esperienza prima di lasciare questa fascia di confine nel 2000.

Paura di un intervento militare

Secondo quanto riportato dalla stampa israeliana, sembra che l’intervento militare temuto dalla popolazione civile libanese non sia imminente e sono in molti a sperarlo. A sostegno di questa impressione, si cita il lancio di un centinaio di razzi da parte di Hezbollah, coordinato con un lancio di missili iraniani. Questi lanci hanno saturato le capacità del sistema Iron Dome, consentendo ai razzi iraniani di colpire il nord dello Stato ebraico in una operazione di apparente “successo” in risposta alla quale l’esercito israeliano ha giurato vendetta.

Per molti osservatori, questo spiega lo scatenarsi degli eventi nella notte tra l’11 e il 12 marzo e nella giornata di ieri, con l’ampliamento del raggio d’azione dei raid e degli attacchi con droni a Beirut. Ieri, un drone lanciato sul campus dell’Università libanese, vicino a Leylaki, un quartiere della periferia sud, ha ucciso il decano della Facoltà di Informazione Hussein Bazzi e il suo assistente. Lo stesso giorno, un drone ha causato 12 morti su una spiaggia sabbiosa di Beirut, Ramlet el-Beida, dove avevano trovato rifugio famiglie in fuga dalla periferia.

E ancora, un attacco su Aramoun ha decimato una famiglia di cinque persone. Inoltre, due edifici dei quartieri a maggioranza musulmana di Beirut, Bachoura e Zokak el-Blatt, sono stati bombardati, uno dei quali ospitava nel seminterrato i caveau della banca di Hezbollah, al-Qard al-Hassan. “Che volete, è guerra, non ci sono zone neutre” commenta ad AsiaNews una fonte ecclesiastica che chiede di restare anonima. Per mons. Elie Haddad, vescovo greco-cattolico di Tiro, intervistato da Télé-Lumière, “in questo momento bisogna essere più serpenti che colombe”.

Ira e amarezza

Alla sofferenza di dover comunque abbandonare le loro case, si aggiunge nei cuori degli abitanti l’amarezza e l’ira contro la “passività” dello Stato libanese. “Al funerale di p. Raï, l’esercito si è schierato a Kley’a. Perché non dovrebbe farlo tutti i giorni?”, si chiede il capo del suo comune, Hanna Daher, che si interroga anche sul motivo per cui i militari si sono ritirati da alcuni punti verso i quali avanzava l’esercito israeliano.

Fouad Abounader, dal canto suo, chiede una stazione di gendarmeria in ogni villaggio e una via di rifornimento sicura. Il responsabile indica anche la partenza anticipata della missione Onu (Unifil) alla fine del 2026, a sostegno delle sue richieste. Per un amministratore di Rmeich l’ora è fatidica: “Se ce ne andiamo, se il Sud è perduto, sarà tutto il Libano - ci racconta - a essere perduto!”. In realtà questi toni appaiono sin troppo foschi per il nunzio apostolico mons. Paolo Borgia, che oggi, insieme a Fouad Abounader, sta effettuando un giro nel Libano meridionale. Il prelato visiterà sei agglomerati urbani, tra cui Marjeyoun, di nuovo Kley’a, nonché Deir Mimas, Ebl el Saki, Kawkaba e Rachaya el-Foukhar, per verificare la situazione e la situazione della popolazione. 

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