15/06/2020, 11.05
IRAQ
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Card Sako: Covid-19 occasione per una fede più profonda e una società solidale

In una lettera ai fedeli il porporato invita a cogliere l’opportunità pur nel periodo drammatico. Il coronavirus ha stravolto le modalità di incontro, rafforzando al contempo i rapporti. Serve “un linguaggio nuovo” da parte del clero che sappia rispondere alle domande delle persone. L’esempio di religiosi e laici e i loro “diversi carismi”. 

Baghdad (AsiaNews) - La vita “dopo il coronavirus” deve riprendere “con più umanità e vigore” e la fede deve farsi “più matura e profonda”; la pandemia di Covid-19 ha offerto una possibilità di crescita spirituale e morale e non si deve tornare “alla situazione precedente”. È quanto scrive in un messaggio ai fedeli il patriarca caldeo, card Louis Raphael Sako, che invita a cogliere l’opportunità del periodo drammatico che stiamo vivendo - di chiusura, distanziamento, stravolgimento della socialità - per riscoprire una fede più autentica. Nella lettera, il porporato sottolinea convinto che “il mondo non tornerò come era”. 

“L’isolamento domiciliare - scrive il card Sako - ha cambiato la nostra vita, la nostra visione, i nostri progetti, le nostre relazioni“. Una condizione che “ha abbracciato tutta l’umanità e tutte le religioni“ e ha portato alla chiusura delle chiese per la Settimana Santa e la Pasqua, così come al probabile annullamento dei pellegrinaggi da parte dell’Arabia Saudita “a causa del coronavirus”. 

Da un lato, la pandemia ha stravolto le modalità di incontro costringendo i leader mondiali a tenere riunioni tramite teleconferenze per l’impossibilità di viaggiare; lo stesso faranno anche le Chiese orientali “se la situazione continua, con un sinodo in streaming”. Dall’altro, l’emergenza sanitaria “ha creato una situazione positiva di solidarietà umana e ha rafforzato i rapporti: è quanto constatiamo nella dedizione dei medici, dei sacerdoti, dei volontari e delle persone di servizio, che hanno esposto la vita al pericolo per procurare le cose necessarie e curare le persone”.

Per il primate caldeo le persone “sono diventate più riflessive, propense all’analisi”, criticano e chiedono riforme, non accettano “che si imponga loro una religione per legge o costrizione, ma la vogliono sgorgante da una persuasione interna, da una libertà personale”. Questo cambiamento, prosegue, esige “un linguaggio nuovo” da parte del clero, che sappia suscitare “meraviglia” nel fedele che “accoglie la buona novella e il desiderio di viverla: cose, queste, che rafforzano l’attrattiva della Chiesa e la fiducia in essa”.

I sacerdoti, spiega il card Sako, non sono “sovrintendenti e neppure impiegati”, ma “padri e pastori” a contatto con i fedeli di cui conoscono i bisogni. Il rinnovamento, prosegue, “non deve essere fatto […] giocando sulle parole su argomenti importanti, ma affrontandoli con molta precisione e chiarezza”. Egli si scaglia contro quanti affermano che la pandemia di Covid-19 sia una punizione di Dio, perché “questa riflessione contrasta con i valori centrali del messaggio di Cristo che affermano con enfasi che Dio è amore, pieno di misericordia e di bontà”. La pandemia è “una opportunità” per “avvicinarsi” e la forza della Chiesa “sta nell’affrontare le sfide con coraggio e chiarezza”, smettendola di continuare a basarsi “sulla tradizione” come fosse un dogma “assoluto”. 

“Noi cristiani - sottolinea - dobbiamo leggere le Beatitudini con una lettura approfondita, non assente: le beatitudini sono una magna carta umana, spirituale e viva per vincere l’ingiustizia, la discriminazione, il dolore, per realizzare il cambiamento sperato”. L’apostolo Paolo, aggiunge, “parla di diversi carismi” e vi sono “laici meravigliosi che possono assumersi grandi responsabilità nella chiesa, cooperando al suo progresso”. Fra i tanti il porporato ricorda Chiara Lubich e Kiko Argüello, oltre a religiosi di primo piano come “Madre Teresa di Calcutta e, nel nostro Oriente, Frère Nour, fondatore del movimento Fede e luce e di NourSat; Melhem Khalaf, fondatore della comunità Gioia del dono. E in Iraq Imad Hasib, fondatore della comunità Amore e gioia, la defunta Alhan Nahhab, fondatrice di Betania, e le due sorelle, Khalida e Shmirayta della Casa della speranza”.

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