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  • » 31/03/2010, 00.00

    INDIA

    Card. Gracias: I battesimi di Pasqua e il diritto alla conversione in India

    Nirmala Carvalho

    Il presidente della Conferenza episcopale indiana affida ad AsiaNews la propria riflessione pasquale, invitando i fedeli e il clero a non avere paura di dichiarare le conversioni al cattolicesimo e a portare avanti con amore e coraggio la missione della Chiesa.

    Mumbai (AsiaNews) – Il terzo millennio “appartiene alla Chiesa asiatica. Che non deve avere paura dei governi degli uomini, ma puntare sulla luce di Cristo, che ogni Pasqua rinnova e fortifica. Ecco perché, soprattutto in India, non si deve aver paura di compiere alla luce del sole la nostra missione: siamo una realtà viva, e viviamo per servire il Paese e il suo popolo”. È il senso della riflessione che il card. Oswald Gracias, arcivescovo di Mumbai e presidente della Conferenza episcopale indiana, affida ad AsiaNews in occasione della Settimana Santa. Un messaggio per il 18 milioni di cattolici indiani e per i loro fratelli sparsi per il continente e un consiglio a non avere vergogna di parlare di conversione al cristianesimo, anche se in India vi sono leggi anti-conversione.

    Eminenza, nel nostro Paese si soffre ancora per la fede?

    In alcune parti dell’India, il nostro popolo sta vivendo il suo Venerdì Santo. Questo è molto triste, e non rispecchia la realtà del Paese: la nostra nazione è conosciuta come la culla di grandi civiltà, ed è terribile vedere che le tradizioni pluraliste che la caratterizzano sono minacciate, molto spesso per motivi politici. Questo dato non è di buon augurio per il futuro del Paese, per il suo progresso e per la sua immagine sulla scena internazionale. Tuttavia, da un punto di vista spirituale, è evidente che è arrivato per noi il momento di portare la croce. E dopo questo, viene la Resurrezione.

    Lei guida la Chiesa indiana. Quali sono le preoccupazioni e le speranze dei cattolici in questo periodo?

    Nel tempo, si sono verificati alcuni eventi che hanno cercato di creare un’immagine negativa dei cristiani, soprattutto nelle menti della popolazione indù. Hanno cercato di far credere che i nostri fedeli siano impegnati in una campagna di conversione aggressiva: questo, oltre a essere sbagliato, crea anche una immagine distorta della Chiesa. Per me è importante invece correggere questo punto di vista: noi vogliamo proclamare Gesù, rendere testimonianza di Cristo attraverso le nostre vite e il nostro lavoro e impegnarci senza tregua per rendere attuale il Regno di Dio. Vogliamo soltanto servire, per fare quello che Gesù ci ha detto di fare, amando tutti e cercando di rendere il mondo migliore. La Chiesa non è un partito politico e non cerca in alcun modo potere o prestigio; ancora di più, non cerca di aumentare il numero dei propri fedeli per esercitare maggiore influenza.

    Cosa si può fare per cambiare questo atteggiamento negativo nei confronti della Chiesa?

    La Chiesa indiana rinnova il suo impegno nei confronti della missione e del servizio: porteremo avanti il nostro operato attraverso il ministero dell’istruzione, quello sanitario e quello sociale per costruire la nazione. Senza alcuna discriminazione di casta o credo, lavorando in maniera particolare per i poveri e gli emarginati e al servizio di quei fratelli e sorelle che sono i più poveri fra i poveri. Dobbiamo fare in modo che i nostri impegni diventino le nostre vite e il nostro lavoro. Sono fiero del nostro popolo, che porta la croce con forza e fedeltà: portano molte grazie alla nostra nazione. La Chiesa indiana non risponde alle accuse con rabbia, ma con amore. Siamo sempre più impegnati nel servire il Paese.

    Eminenza, cerchiamo da tempo storie di catecumeni che si preparano a ricevere, alla vigilia di Pasqua, il battesimo. Ma buona parte del clero risponde che “il momento non è adeguato, non vogliamo dare pubblicità ai battesimi”. Cosa risponde a chi si comporta così?

    Cercare di mantenere un profilo basso sul battesimo dei nuovi catecumeni mi causa molta tristezza, in primis perché fornisce un’immagine sbagliata della nostra missione e crea un danno al Paese. È una vergogna, essere costretti a comportarsi così: noi siamo orgogliosi del glorioso passato indiano e dell’eredità spirituale del Paese. Ma questo modo di pensare, questo agire nell’ombra, rappresenta una violazione della nostra libertà religiosa e va contro la Costituzione e i nostri diritti umani: è ingiusto, ma sta accadendo.

    Io ho più volte sottolineato che nessun governo può entrare nella mia anima o imprigionare la mia coscienza, dicendomi che non posso cambiare religione. Quando un catecumeno viene battezzato vuol dire che è arrivato a quel punto per libera scelta e dopo una seria preparazione da parte della Chiesa. La libertà di conversione è un diritto. Come presidente della Conferenza episcopale indiana, rinnovo il mio invito al governo per assicurare e garantire la libertà religiosa che i nostri Padri fondatori hanno iscritto nella Costituzione.

    Le conversioni forzate non hanno senso e non hanno valore, per la Chiesa. E non soltanto perché i documenti del Concilio Vaticano parlano in maniera chiara contro di loro, ma anche perché per i cristiani la conversione è prima di tutto una trasformazione del cuore. La Chiesa impone a tutti i suoi catecumeni un lungo periodo di attesa, per testare la sincerità di chi chiede il battesimo. Le Leggi anti-conversione che sono state approvate in alcuni Stati dell’Unione indiana hanno una doppia faccia: sulla carta sembrano sensate, ma danno ad alcune persone dei poteri che vengono usati per intimidire e molestare i nostri fedeli, che cercano in libertà di convertirsi. La libertà di religione e conversione è un diritto umano, sancito nella Carta costituzionale: nessuna autorità civile ha il diritto di entrare in quel santuario che è la coscienza dei singoli, un’entità che deve essere lasciata libera di esprimersi. Nessun governo può entrare nella mia anima e fermare la mia coscienza; nessun governo può impedirmi di cambiare religione.

    In questo scenario, come possiamo prepararci alla Pasqua?

    La Resurrezione ci riempie sempre di speranza, speranza per il trionfo di Dio sulle forze del male. I raggi della Luce di Cristo inondano per noi l’India, per quella Chiesa il cui unico desiderio è quello di servire e di farlo al meglio. Non possiamo scoraggiarci, perché al Venerdì Santo segue sempre sempre la Pasqua, e a Pasqua nuova vita entra nel nostro mondo e fa fiorire tutto. Ogni anno ci rinnoviamo con la vittoria del Signore.

    Per la Chiesa indiana e per quella asiatica la Pasqua è un momento per esultare della bontà, della cultura e della vitalità religiosa del nostro popolo. Diamo un contributo immenso alla Chiesa universale con il nostro personale, le nostre riflessioni teologiche e in molti altri campi. La Chiesa asiatica è relativamente piccola, ma già la Luce di Cristo brilla con lucentezza e vigore. La Chiesa in Asia è tesa nello sforzo gioioso di rendere Gesù conosciuto a tutti, ed è amata con la testimonianza delle nostre vite e del nostro servizio: un segno che il Signore risorto è con noi. La Chiesa asiatica è piena di speranza, e in un certo senso il terzo millennio le appartiene. Dio benedica l’India.

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