05/02/2013, 00.00
INDIA
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Caritas India: Non basta la pena di morte per gli stupratori

Il presidente dell'India ha approvato la modifica alla legge attuale, che avrà effetto immediato. Per il direttore di Chetanalaya, ong dell’arcidiocesi di New Delhi legata alla Caritas, “nessuno ha il diritto di togliere la vita a qualcun altro”. Il carcere a vita va bene, purché passi per una rieducazione dell’individuo.

New Delhi (AsiaNews) - "Va bene il carcere a vita, ma nessun governo, né essere umano, ha il diritto di togliere la vita a qualcun altro. Siamo tutti custodi della vita umana". P. Savari Raj, direttore di Chetanalaya, ong dell'arcidiocesi di New Delhi legata alla Caritas, commenta così ad AsiaNews l'approvazione della nuova legge sullo stupro, che ora prevede anche la pena di morte. Pranab Mukherjee, presidente dell'India, ha dato via libera alla modifica il 3 febbraio scorso, rispondendo a quanti nella società civile rivendicavano pene più aspre dopo il terribile stupro di gruppo di New Delhi.

Le legge sarà cambiata in base alle indicazioni di un pannello di esperti formato dal governo e presieduto dal giudice in pensione JS Verma. Secondo le nuove modifiche, la pena minima per stupro di gruppo, stupro di un minore e stupro commesso da poliziotti o persone in posizioni di autorità sarà di 20 anni, estendibile al carcere a vita (senza libertà condizionale) e alla pena di morte. Il provvedimento attuale prevede una pena massima di 10 anni.

Il decreto dovrà ora passare in parlamento per l'approvazione definitiva, ma avrà effetto immediato. Questo significa che anche cinque dei sei stupratori (uno è minorenne, ndr) della vittima di New Delhi, ora al processo, potrebbero essere condannati a morte.

Secondo p. Raj, un provvedimento come la pena capitale non è la soluzione per fermare le tante forme di violenza contro le donne - dagli stupri, agli aborti selettivi, ai feticidi femminili - e la discriminazione di genere. "Il governo - spiega ad AsiaNews - aveva fretta di promulgare questa legge, fortemente voluta dalla società. Ma per correggere i comportamenti di qualcuno, bisogna farlo finché [chi è colpevole] è ancora vivo. Cosa potrà mai imparare una persona da morta?".

Al contrario, aggiunge, "è più appropriato dare il carcere a vita, durante il quale dare l'opportunità al condannato di comprendere la gravità delle sue azioni. Sono convinto che, con questo tipo di pena, tutti potrebbero imparare".

Pensando al problema più in generale, il direttore di Chetanalaya ribadisce "l'esigenza di un'educazione all'uguaglianza e al rispetto tra uomo e donna", che deve iniziare "in famiglia", sin da piccoli. 

 

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