30/10/2020, 12.09
CINA
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Chiuso il 5° Plenum: Xi Jinping vuole un Paese ‘democratico’ sotto la guida del Partito comunista cinese

Fissate le linee guida del 14° Piano quinquennale (2021-2025), e quelle di una strategia di medio termine ribattezzata “Visione 2035”. Focus su autosufficienza tecnologica e crescita dei consumi interni. Rimane centralità di Hong Kong. Creare entro il 2027 un esercito di pari forza a quello degli Usa. Il “decoupling” da Washington è considerato irrealistico.

Pechino (AsiaNews) – I nuovi piani economici del Partito comunista cinese (Pcc) pongono le basi per trasformare la Cina in un Paese “prospero, forte, democratico, armonioso e con una cultura avanzata” entro il 2049, il centenario della nascita della Repubblica popolare cinese. È quanto affermano le autorità del Partito nel comunicato rilasciato ieri al termine del 5° Plenum del 19° Comitato centrale del Pcc.

Per Jiang Jinquan, direttore dell’Ufficio di ricerca del Partito, il primo obiettivo del nuovo piano quinquennale è però quello di accrescere la concentrazione del potere nelle mani del Pcc (e quindi del segretario generale Xi Jinping).

Dal 26 ottobre, più di 300 delegati si sono riuniti nella capitale per stabilire le linee guida del 14° Piano quinquennale (2021-2025), e quelle di una strategia di medio termine ribattezzata “Visione 2035”. I due documenti saranno approvati in modo formale il prossimo anno, durante l’incontro annuale dell’Assemblea nazionale del popolo.

Allo scopo di gestire i rapidi cambiamenti che stanno avvenendo a livello internazionale, il regime cinese punta sull’autosufficienza in ambito tecnologico e sul rafforzamento del mercato interno, senza però specificare – come in passato – gli obiettivi di crescita.

La Cina ha bisogno di un “nuovo concetto di sviluppo”, dichiara la leadership, orientato a una produzione di qualità e all’aumento dei consumi interni. È quella che Xi  ha chiamato strategia della “doppia circolazione”. Il presidente cinese vuole che nasca un’industria domestica per la produzione dei microchip, per i quali il Paese è ora costretto a rivolgersi all’estero, soprattutto al mercato Usa. Essi sono essenziali per lo sviluppo delle tecnologie del futuro: intelligenza artificiale, 5G e veicoli a guida autonoma.

Autosufficienza non significa però chiusura verso l’esterno, dichiarano i dignitari del Partito. Il Paese rimarrà aperto agli investimenti stranieri e vuole lavorare con il resto del mondo su temi come i cambiamenti climatici, le energie rinnovabili e la salute pubblica.

Il governo centrale sosterrà Hong Kong per consolidare e potenziare il suo “vantaggio competitivo”, e trasformarla in un polo tecnologico internazionale. Nel quadro del piano di sviluppo della “Grande baia” (Hong Kong, Macao e Guangdong), l’ex colonia britannica dovrà diventare una “piattaforma funzionale” della Belt and Road Initiative, il grande piano di Xi per fare del Paese il principale attore del commercio globale.

Il nuovo piano economico prevede anche sforzi per migliorare il sistema educativo, quello pensionistico e le reti di protezione sociale. La Cina conta circa 180 milioni di lavoratori migranti, per lo più dalle aree rurali, che non hanno alcuna copertura sociale e sanitaria.

Per la prima volta nella sua storia, il Pcc ha steso un preciso programma per creare una “grande cultura socialista” entro il 2035, tappa intermedia per arrivare a essere “una moderna nazione socialista” nel 2049. Pechino vuole promuovere il soft-power cinese, cavalcando ad esempio i successi che il regime rivendica nella lotta alla pandemia da coronavirus. La leadership del Partito è stata chiara: la vittoria contro il Covid-19 e il recupero dell’economia mostrano la superiorità del sistema politico della Cina.

Le autorità non trascurano il potenziamento militare. Il piano quindicennale prevede la trasformazione delle Forze armate in una moderna macchina da guerra entro il 2027: è la prima volta che un documento del genere contiene un riferimento allo sviluppo militare. Analisti osservano che l’idea di Pechino è quella di avere entro tale data un esercito allo stesso livello degli Usa.

Secondo i leader cinesi, “protezionismo e unilateralismo” – un indiretto riferimento a Washington – sono le principali minacce esterne alla crescita economica del Paese, messa in pericolo anche dagli squilibri economici interni. Il “decoupling” (separazione) dagli Stati Uniti è visto però come “irrealistico”: nel terzo trimestre dell’anno gli scambi commerciali tra le due potenze sono cresciuti in effetti del 16%.

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