16/12/2014, 00.00
CINA
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Cina, evasione fiscale e corruzione "spingono" via dal Paese 1.250 miliardi di dollari

Secondo un rapporto di Global Financial Integrity, in dieci anni si sono moltiplicati i proventi di attività illecite sottratti al controllo nazionale. In prima fila c'è il desiderio di mettere i capitali in salvo dal controllo del governo, poi viene la corruzione. È la somma più alta fra le 151 nazioni prese in esame.

Pechino (AsiaNews/Agenzie) - Evasione fiscale, criminalità e corruzione: sono questi i motivi principali che hanno portato via dalla Cina 1.250 miliardi di dollari fra il 2003 e il 2012. La somma è la più alta fra le 151 nazioni prese in esame da Global Financial Integrity, gruppo statunitense che monitora i passaggi transfrontalieri di capitali. Secondo gli analisti, la somma totale è "al ribasso, dato che non include gli spostamenti di contanti che avvengono sottotraccia nel traffico della droga e del riciclaggio".

Dev Kar e Joseph Spanjers, co-autori del testo, spiegano: "Dopo un breve rilassamento dovuto alla crisi finanziaria globale, la fuga di capitali illeciti è di nuovo in crescita. Nel solo 2012 ha toccato in tutto il mondo 991,2 miliardi di dollari". La cifra è superiore di 10 volte a quanto le nazioni in via di sviluppo analizzate nel rapporto ricevono in aiuti dalla comunità internazionale.

Anche qui, la Cina vince la palma d'oro: soltanto nel 2012 ha visto la fuga di capitali per 249,5 miliardi, un aumento del 53% rispetto al 2011. Al secondo posto viene la Russia, che fra il 2003 e il 2012 ha perso 973,8 miliardi; poi vengono Messico e India, con 514,2 e 439,5 miliardi a testa. Dal punto di vista continentale, l'Asia rappresenta il 40,3% del flusso finanziario illecito totale.

Secondo Julian Russell, però, i dati non sono del tutto collegati alla criminalità: "Non parliamo soltanto di riciclaggio. Le regole sul controllo dei capitali, soprattutto in Cina, incoraggiano un'economia sotterranea utile a quelle persone che forniscono servizi illegali per lo spostamento di contanti". Tanto che in alcuni casi il denaro torna indietro in patria, anche se come investimenti stranieri quasi del tutto esentasse. 

Il problema è molto sentito in Cina, dove il presidente Xi Jinping ha lanciato sin dalla sua presa di potere - avvenuta proprio nel 2012 - una campagna contro "le tigri e le mosche". La metafora indica la corruzione, dilagante nel Paese, che colpisce sia funzionari di alto livello (le "tigri") che quelli di basso rango (le "mosche"). Nonostante arresti eccellenti e processi lampo, però, molti analisti ritengono che questa campagna sia di fatto uno strumento con cui Xi intende fare piazza pulita dei propri oppositori interni usando proprio le tangenti come scusa. 

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