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» 14/09/2009 14:44
INDIA
Contadini indiani vendono mogli e figlie per sopravvivere alla carestia
di Nirmala Carvalho
La produzione agricola è in ginocchio. Migliaia di donne vendute per ripianare i debiti. Le autorità minimizzano il fenomeno e si dichiarano incredule. Per p. Anand, della Società dei missionari indiani:“Non c’è da stupirsi, è una delle zone più arretrate del Paese in cui vige una società patriarcale e maschilista”.

New Delhi (AsiaNews) - I contadini della regione del Bundelkhand, nello Stato dell' Uttar Pradesh, vendono mogli e figlie agli strozzini per sopravvivere alla carestia. Il fenomeno sembra sia diffuso a tal punto che le autorità del governo locale hanno annunciato un’indagine e la National Commission for Women ha inviato un suo team per fare chiarezza sulla situazione.
 
Il lungo periodo di siccità che ha colpito quasi metà del Paese ha messo in ginocchio le produzione agricola. Diversi Stati registrano l’esodo di interi villaggi; molti i casi di contadini che si sono suicidati. Mai prima d'ora le cronache avevano parlato della vendita di persone per ripianare debiti o, nelle migliori ipotesi, sottrarre alla fame i familiari.
 
Le vittime di questo commercio affermano che dalla compravendita di mogli e figlie i contadini possono guadagnare da un minimo di 4mila rupie (poco più di 56 euro), ad un massimo di 12 mila (circa 170 euro). Più bella è la donna, più il prezzo sale. Ad ufficializzare la vendita viene siglato anche un contratto di matrimonio, il Vivaha Anubandh.
 
La vicenda ha già scatenato polemiche tra i partiti dell’Uttar Pradesh. Sul banco degli imputati è finito il Bahujan Samaj Party (BSP), il partito della governatrice dello Stato, Kumari Mayawati, conosciuta anche come la “regina dei Dalit” per le sue origini dalla casta degli intoccabili.
 
Le autorità locali minimizzano il fenomeno. Accusano di faziosità e strumentalizzazione politica chi parla di migliaia di persone coinvolte in questa moderna tratta delle donne. La stragrande maggioranza dei leader politici, locali e nazionali, si dichiara incredula davanti alla vicenda.
 
Di tutt’altro avviso è p. Anand, sacerdote della Società dei missionari indiani ed ex direttore Vishwa Jyoti Communications (VJC) di Varanasi nell’Uttar Pradesh. Interpellato da AsiaNews afferma: “Non c’è da stupirsi alla notizia che nella regione del Bundelkhand le donne vangano vendute. È una delle zone più arretrate del Paese in cui vige una società patriarcale e maschilista. Negli ultimi 20 anni ho avuto modo di visitarla più volte”.
 
La Vjc è un organismo impegnato nella difesa dei diritti umani attraverso la promozione dell’educazione, della cultura e dell’arte. Organizza gruppi itineranti per le strade dei centri rurali. P. Anand racconta: “Girando per i villaggi dei distretti di Banda, Hamirpur, Mahoba, Chitrakoot e Jhansi era durissimo far scendere in strada le donne. Una volta abbandonato l’uscio di casa si mettevano a guardare le nostre iniziativa scostando il velo con il dito indice ed il medio: aprivano una fessura piccolissima solo davanti agli occhi. Non vedevamo mai le loro facce. Durante gli spettacoli si respirava un clima tesissimo. Gli uomini controllavano che nessuno rivolgesse la parola alle donne”.
 
Il sacerdote racconta che “le donne camminano chilometri per recuperare acqua e carburante, lavorano nei campi e si prendono cura del bestiame, ma fanno tutto con il volto coperto. Le incontri per strada e sembrano come i cavalli che hanno i paraocchi che permettono loro di vedere solo dove mettono le zampe”.  P. Anand aggiunge: “Il ghoonghat [il nome del velo in indi, ndr] è un simbolo dell’egemonia maschile. Le donne sono vittime delle voglie degli uomini, un oggetto che può essere venduto”.
 
Il fenomeno della compravendita di mogli e figlie porta alla luce del sole la situazione di povertà, arretratezza e sottosviluppo del Bundelkhand. Mons. Frederick D’Souza, vescovo di Jhansi, afferma:  “È una vicenda tristissima, ma il fatto che sia finita sui media fa sperare che le autorità locali e nazionali e tutte le persone di buona volontà inizino a prendersi cura della popolazione della regione”.
 
Mons. D’Souza spiega che l’attività sociale della Chiesa cattolica nel Bundelkhand procede da oltre 30 anni. “Le nostre suore cercano di aiutare donne e ragazze con corsi di formazione professionale, asili nido, centri di avviamento al lavoro. Sono iniziative con cui le aiutiamo a scoprire la loro dignità e a imparare ad essere indipendenti dal punto di vista economico”.
 
Lo Jhansi Catholic Seva Samaj, opera sociale della diocesi, lavora con donne di età, estrazione sociale e fede diversa. “Nella zona – spiega il vescovo – il 65% della popolazione è costituita da indù, il 30% da musulmani e i cristiani sono poco meno dell’1%. Noi operiamo senza alcuna discriminazione di religione o di casta, cerchiamo di metterci al servizio della popolazione aiutandola a prendere coscienza del proprio valore. Ma è un lavoro duro, che sfida tradizioni e abitudini ormai sedimentate, che sembrano incrollabili”.

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