24/02/2020, 10.44
CINA
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Coronavirus: tempi lunghi per la ripresa economica in Cina

A causa dell’epidemia polmonare, Pechino ha perso oltre 180 miliardi di euro nei primi due mesi dell’anno. Crescita economica in netto calo nel primo trimestre. Riportare la manodopera nelle fabbriche è la priorità per le aziende cinesi. Solo il 30% dei 300 milioni di lavoratori migranti è tornato disponibile.

Pechino (AsiaNews/Agenzie) – L’economia cinese stenta a riprendersi dagli effetti della crisi di coronavirus (Covid-19), malgrado il ripristino della maggior parte delle attività nel Paese. Zhu Min, ricercatore di punta della università Qinghua, e in passato vice direttore esecutivo del Fondo monetario internazionale (Fmi), ha calcolato che il sistema produttivo nazionale ha perso oltre 1300 miliardi di yuan (181 miliardi di euro) nei primi due mesi del 2020: 900 miliardi di yuan (118 miliardi di euro) nell’industria del turismo e la restante parte nella spesa al consumo.

Le proiezioni danno la crescita cinese in rallentamento al 3,5-4% nel primo trimestre dell’anno – nel 2019 è stata del 6%. Il ministero del Commercio di Pechino prevede il picco del calo a marzo. L’economia dovrebbe risalire nella seconda metà dell’anno, una stima condivisa anche dall’Fmi. Una spia della crisi in corso è il crollo del mercato delle auto: del 20,5% a gennaio, e del 92% a febbraio rispetto allo stesso periodo del 2019, la China Passenger Car Association riporta.

Le medie e piccole imprese sono le più sacrificate, con l’ulteriore problema di avere difficoltà di accesso al credito in questo momento di difficoltà. Si calcola che siano 63 milioni quelle che rischiano di chiudere nei prossimi mesi.

Colpito gravemente anche il settore agricolo. Il prezzo di beni primari come la carne di maiale è ad esempio aumentato del 116% nel mese di gennaio.

Gli esperti concordano che servirà tempo per riprendere la piena produzione. Riportare i lavoratori nelle fabbriche è la priorità per le aziende cinesi. I governi delle province stanno allentando le limitazioni alle riaperture, soprattutto delle imprese più grandi (con un reddito annuo di 20 milioni di yuan).

Gli spostamenti dei lavoratori migranti (residenti nelle aree rurali, ma che lavorano nelle zone urbane e industriali) sono limitati da posti di blocco, mancanza di trasporti e timori per il contagio.

Per far fronte al deficit di manodopera, alcune imprese organizzano persino voli charter e bus navette, offrono bonus, producono da se mascherine e materiale sanitario protettivo, e destinano strutture per i 14 giorni di quarantena obbligatoria. Ma secondo Caixin, solo il 30% dei 300 milioni di lavoratori migranti potrebbe essere tornato nelle fabbriche, mentre la produzione avrebbe raggiunto solo il 40% del suo potenziale.

La catena di distribuzione è in larga parte fuori uso, con le imprese che affrontano maggiori costi a fronte di una drastica riduzione degli ordinativi dall’estero. Per dare un impulso si aspetta che il governo centrale aumenti la spesa pubblica, in particolare nel settore sanitario e in nuove infrastrutture, al costo di accrescere il deficit fiscale.

La Banca centrale cinese ha iniettato finora oltre 1000 miliardi di yuan (131 miliardi di euro) nel sistema finanziario. L’immissione di liquidità ha permesso alle borse di recuperare dal tonfo del 4 febbraio. Le autorità di Pechino stanno forzando le banche a garantire prestiti a condizioni più vantaggiose e a estendere la durata dei mutui concessi alle imprese. L’imperativo attuale per la leadership comunista è trovare un bilanciamento tra il riavvio dell’economia e il contenimento del virus. Due obiettivi che sembrano mal conciliarsi.

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