03/08/2016, 08.47
ISLAM-EUROPA
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Cristiani e musulmani in preghiera. Il futuro dell’islam di fronte alla deriva jihadista

di Paolo Nicelli*

La condivisione e la preghiera fra cristiani e musulmani è la via per sconfiggere la violenza e il nichilismo delle frange fondamentaliste. Gli integralisti sono musulmani? Essi compiono tutto ciò che non è islamico: uccidere vecchi, bambini, distruggere luoghi di culto. Eppure si fregiano di frasi del Corano e dell’aura di giustizieri, sfruttando una lettura letteralista del Corano. Per i musulmani è tempo di lanciare un’interpretazione teologica del libro sacro. Da Paolo Nicelli, missionario Pime docente ed esperto di islam.

Milano (AsiaNews) - L’iniziativa lanciata dalla Conferenza episcopale francese e recepita dalla Conferenza episcopale italiana di invitare nelle parrocchie i rappresentanti delle comunità musulmane, per la celebrazione della messa domenicale, ha dato adito a giudizi discordanti sia negativi che positivi da ambo le parti. Critiche negative all’interno della Chiesa Cattolica e silenzi imbarazzanti da parte di alcune comunità musulmane che non hanno partecipato all’iniziativa congiunta; come pure alcune dichiarazioni positive di autorità e fedeli cattolici e musulmani sull’opportunità e la necessità di avere momenti di preghiera in comune, per scongiurare la deriva fondamentalista fanatica delineatasi con agli attentati avvenuti in Europa, negli Stati Uniti e in alcuni Paesi asiatici, durante questo anno e soprattutto durante lo scorso luglio.

Buona parte di questi attentati, rivendicati da Daʻish o da al-Qa’ida, hanno messo in evidenza la fragilità dell’Occidente non solo a dare una risposta omogenea al problema del terrorismo internazionale, ma anche alla miopia delle istituzioni politiche nel non volere accettare il fatto che il terrorismo di matrice islamica non può essere separato dal problema più ampio e articolato dell’immigrazione incontrollata proveniente dal nord dell’Africa e dalla Penisola arabica, oltreché dai Paesi balcanici e dai Paesi asiatici quali il Pakistan, l’Afghanistan e il Bangladesh, notoriamente famosi per l’emigrazione verso l’Occidente.

Anche qui non vi è la capacità e a volte la volontà di ammettere a livello politico il fallimento di una strategia militare di contenimento del ǧihādismo talebano e Qa’idista, come nel caso dell’Afghanistan. Circa il Bangladesh, le autorità fanno fatica ad accettare il fallimento di una politica permissiva verso la costruzione di numerose scuole coraniche da parte di Paesi quali l’Arabia Saudita, guidate da imam formati alla scuola del fondamentalismo wahhabita e del ǧiḥādismo islamico internazionale. Situazioni diverse queste, con problematiche diverse, che però hanno messo in evidenza il comune scopo ǧihādista: quello di voler portare ovunque la violenza e la distruzione per destabilizzare le deboli democrazie occidentali, africane e asiatiche. A ciò si aggiunge il grande imbarazzo per i governi di quei Paesi coinvolti negli attentati, che volenti o nolenti devono e dovranno fare i conti con un terrorismo internazionale, capace di fomentare odio e risentimento tra i giovani più emarginati al loro interno.

Lo abbiamo imparato dai media e dalle analisi degli esperti: la matrice del ǧihādismo è da riscontrare in una lettura ideologica e violenta del Corano, della Tradizione islamica (Sunna), in particolar modo dei detti del Profeta (Aḥadīth), nonché della legge islamica stessa (Sharīʻa). Tale lettura inneggia alla giustizia di Dio, alla sua vendetta che si scaglia contro i Negatori della vera fede e gli idolatri, i quali devono essere uccisi per affermare la vera fede dell’Islām. Discorsi questi deliranti e direi fatti da persone miscredenti, oltreché psichiatricamente instabili. Ma non devono essere sottovalutati, perché capaci di un’intelligenza malvagia che vuole promuovere la morte e non la vita. Essi infatti svuotano la religione del suo contenuto formale: l’amore di Dio per l’uomo e per tutta la creazione. E riducono Dio a un giustificativo delle loro efferatezze e dell’orrore che producono. Qui sta il nichilismo dello ǧihādismo, che nel caso del sedicente Stato islamico (Daʻish), si vuole ergere ad istituzione religiosa, politica e militare, nella forma di un vero totalitarismo califfale, capace di manipolare la coscienza e la mente della gente, al punto da averne il consenso e il supporto.

Ora qui sorge la domanda scomoda per tutti i musulmani, come per tutti gli uomini di buona volontà: possiamo considerare gli ǧihādisti dei credenti dell’Islām? Sono essi rappresentativi di tutti quei musulmani che in buona fede praticano la loro religione, aborrendo la violenza? Prima li abbiamo chiamati “miscredenti”, perché un credente non può ridurre Dio ad essere la causa della sua giustizia-violenza, sia essa gratuita o di massa. Però essi hanno fatto una professione di fede islamica, credono nei precetti dell’Islām e leggono tutti i giorni il Corano e la Sunna. Quindi non possiamo non considerarli dei musulmani. A modo loro lo sono; lo sono come peccatori. Cioè lo sono contro l’etica e il culto islamico, poiché tradiscono l’Islām. Si dicono musulmani, ma vanno contro i fondamenti della loro religione. Infatti, nella religione islamica è vietato uccidere, soprattutto i bambini, i religiosi; come è vietato distruggere i luoghi di culto. Eppure questi “credenti” lo fanno sistematicamente pensando di guadagnare il paradiso attraverso il massacro e quello che loro chiamano il “martirio”.

In tutto questo però le vere domande sono altre: di quale lettura o interpretazione delle fonti islamiche essi si sono nutriti? Quale è la matrice violenta da cui deriva la loro ideologia?

Si tratta del già citato wahhabismo, cioè di quella corrente riformista e puritana dell’Islām che da più di due secoli fa ormai scuola nell’universo ǧihādista e ha ispirato prima i movimenti panislamici, poi quelli nazionalisti arabi con i loro dittatori, poi ancora il ǧihādismo di al-Qa’da e di Da’ish, nei loro distinguo ideologici e istituzionali. Tale ideologia vuole riportare l’Islām indietro di secoli, cioè alla sua origine e vuole adottare il modello della purezza dei pii antenati a fondamento dell’ideologia puritana e violenta ǧihādista. Essi mitizzano quel periodo storico delle origini dell’Islām al punto da renderlo un astratto totalmente a-storico, colorandolo della loro interpretazione delirante. È qui che gli ǧihādisti si pongono in antitesi all’etica islamica, compiendo il loro peccato religioso e intellettuale: essi reinterpretano la religione islamica attraverso le loro categorie a-storiche senza fare un’ermeneutica delle fonti e senza applicare un criterio storico critico al testo coranico e alla Sunna, per fare emergere il contenuto del precetto coranico, cioè il promuovere il bene ed evitare il male. Tutto viene letto dagli ǧihādisti in termini letterali e ridotto al solo precetto giuridico, svuotandolo della sua portata spirituale e anagogica, riducendo così il ǧihād (lotta contro il peccato e ogni struttura di peccato), alla sola forma della “guerra santa”, cioè alla “giustizia-violenza” contro coloro che non accettano la loro versione dell’Islām, accusati di essere i corruttori della religione.

In effetti, il dire: “noi siamo per la morte e non per la vita” non è islamico! L’uccidere le donne, i vecchi e i bambini innocenti e inermi, non è islamico! L’uccidere i preti, gli imam e il distruggere le chiese e le moschee, non è islamico! Tutto questo va contro il precetto etico fondamentale dell’Islām, che, come già detto, chiede al credente di promuovere il bene ed evitare il male.

Ecco perché è e sarà importante che cristiani, musulmani e uomini e donne di buona volontà si trovino insieme a pregare: per scoraggiare la violenza che è insita nelle religioni là dove alcuni dei loro credenti usano Dio e la religione per perpetuare la violenza, la morte, il nichilismo. È importante pregare, perché sia scoraggiata la violenza che è in noi e perché il nostro cuore lasci spazio alla misericordia di Dio, al suo amore per l’uomo. Questo è il lavoro che tutti i rappresentanti delle religioni e in particolar modo oggi i musulmani devono fare: leggere le proprie fonti religiose attraverso una lettura ermeneutica di tipo spirituale, non letterale, non giuridica, ma teologica. I musulmani in Occidente come in Oriente, devono recuperare quella lettura spirituale e morale del Corano e della Sunna, che li possa aprire a considerare l’altro non come una minaccia, ma come un’opportunità d’incontro e di crescita umana e spirituale. 

Dottore della Biblioteca Ambrosiana; Direttore della Classe di Studi Africani; Professore di Teologia Dogmatica, Missiologia, Studi Arabi e Islamistica

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