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    » 10/08/2012, 00.00

    INDIA

    Dalit cristiani e musulmani celebrano il giorno di lutto contro la discriminazione

    Nirmala Carvalho

    Le manifestazioni hanno coinvolto migliaia di persone in tutto il Paese. Il 10 agosto 1950 sono state approvate le norme che discriminano i Dalit di religione diversa da indù e buddismo. Dopo 62 anni nulla è cambiato. L'appello al nuovo presidente Mukherjee e a Sonia Gandhi per una rapida revisione delle leggi.

    Mumbai (AsiaNews)- "I dalit cristiani indiani sono ancora discriminati per la loro fede. In un Paese laico come l'India è scandaloso che i fuori casta di religione diverse da indù e buddismo vengano privati dei loro diritti a causa della religione". E' quanto afferma ad AsiaNews, mons. Anthonisamy Neethinathan, responsabile per la Conferenza episcopale indiana (Cbci) della Commissione per le Scheduled Castes e Tribù, in occasione del "Black Day", giorno di lutto contro la discriminazione dei fuori casta cristiani e musulmani. L'evento si celebra oggi in tutto il Paese. Con  esso i dalit chiedono al nuovo presidente Pranab Mukherjee, al Primo ministro Manmohan Singh e al presidente della United Progressive Alliance (Upa) Sonia Gandhi di abolire l'art. 3 della legge sulle Scheduled Castes (Sc) del 1950 che impedisce ai cristiani e musulmani di uscire dallo stato di fuori casta e accedere a pieni diritti.

    Mons. Neethinathan sottolinea che tutti i Dalit che non rientrano nelle legge sono non godono dei privilegi concessi agli altri fuori casta. Molti di loro vivono ai margini della società, non lavorano e devono sottostare agli antichi obblighi previsti nell'assurdo sistema delle caste indù anche se tale sistema è abolito da oltre 60 anni.   

    La legge del 1950 riconosce ai membri della Scheduled Castes vari diritti previsti dall'art. 341 (1) della Costituzione indiana. Ma il 3° paragrafo della norma specifica che non può essere membro di questi gruppi "chi professa una religione diversa dall'induismo". Nel 1956 e nel 1990 sono stati introdotti emendamenti per estendere la categoria anche a buddisti e a Sikh. Mentre ne sono tuttora esclusi i cristiani e i musulmani. Grazie a questa legge, i Dalit indù hanno facilitazioni di tipo economico, educativo e sociale, con quote di posti di lavoro assegnati nella burocrazia.

    I Dalit cristiani e islamici hanno da tempo tacciato di illegalità la norma, che viola principi costituzionali di uguaglianza (art. 14), il divieto di discriminazioni per la propria fede (art. 15) e la libertà di scegliere la propria religione (art. 25).

    La Commissione nazionale per le minoranze linguistiche e religiose (conosciuta come Commissione Justice Ranganath Misra) ha ordinato di "abrogare la norma, per "scollegare lo status di Sc dalla religione e rendere tale sistema del tutto neutrale rispetto al credo, come è quello delle Scheduled Tribes".

    Vari enti e i governi di 12 Stati indiani hanno chiesto di ammettere nelle norme che regolano le Sc altre religioni come cristiani e islamici, come ad esempio i Consigli parlamentari statali di Bihar, Uttar Pradesh e Andhra Pradesh.

    Anche la Corte Suprema ha più volte sollecitato il governo federale ad affrontare e risolvere il problema, ma senza ottenere risposta. In questi anni le numerose marce di contestazione e i dharna (digiuni di protesta) organizzati in tutto il Paese non hanno smosso i leader politici laici. Nonostante le promesse elettorali su una rapida risoluzione del problema, essi sono ancora succubi della cultura indù e dei suoi retaggi e temono la reazione dei membri del Bharatiya Janata Party (Bjp), potente partito nazionalista indù. 

     

     

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