21/03/2005, 00.00
CINA-USA
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Dissidente musulmana liberata: senza diritti umani, gli affari sono inutili

Rebiya Kadeer, dissidente politica di etnia Uighur, rilasciata il 17 marzo dalle carceri cinesi, dagli Stati Uniti parla di diritti umani, economia e prigioni cinesi.

Washington (AsiaNews/Agenzie) - Il mondo non deve barattare i profitti economici con i diritti umani. Lo ha detto Rebiya Kadeer, la dissidente politica di etnia Uighur, rilasciata giovedì 17 marzo dalle prigioni cinesi.

La donna ha parlato con forza contro gli interessi economici, che chiudono il cuore degli uomini.  "Questi uomini d'affari, che hanno molti contratti economici con la Cina, dovrebbero guardarsi dentro il cuore e vedere cosa sia realmente importante: il denaro, gli affari o la vita di un uomo? Io abbandonerei ogni affare per salvare una sola vita. Se non ci sono diritti umani, gli affari non hanno senso".

Rebiya ha detto che userà la sua riconquistata libertà per ottenere migliori diritti umani per i suoi compagni musulmani, e per spingere tutti gli altri uomini a "cercare i diritti umani in tutti i modi".

La donna, 58 anni, è stata direttore di una affermata compagnia commerciale, nonché rappresentante dello Xinjiang, presso la Conferenza consultiva politica del popolo cinese. E' stata arrestata nel 1999 per diffusione di notizie all'estero, definito dalla Cina "materiale contenente segreti di stato". Condannata ad 8 anni di prigione, è stata rilasciata pochi giorni prima della visita del Segretario di Stato americano a Pechino, ed in corrispondenza con le dichiarazioni americane di non presentare una mozione critica verso la Cina presso la Commissione diritti umani delle Nazioni Unite a Ginevra.

Subito dopo la liberazione la donna è partita per Washington, dove ha rilasciato alcune  interviste. Ha detto che le autorità cinesi l'hanno avvertita, prima del rilascio, di non parlare ai media; le hanno ricordato che 6 dei suoi 11 figli sono rimasti in Cina.

Eppure, la donna non può tacere la situazione della sua etnia. Ha detto: "Da parlamentare pensavo di poter parlare al governo per il mio popolo, e spiegare che le politiche attuate nei confronti degli Uighur sono sbagliate. Volevo mettere l'accento sulle discriminazioni e sulla mancanza di scolarizzazione nella regione". "Eppure", aggiunge "l'esperienza politica è stata l'inizio dei miei guai".

Ha parlato delle dure condizioni della prigione ed ha detto che "non vi è perdono per i prigionieri politici. Non ci possiamo neanche guardare fra di noi e sorridere".

Anche se le guardie carcerarie non hanno mai fatto violenza su di lei, ha descritto prigionieri politici picchiati fino a rimanere zoppi, ed ha parlato di una donna Uighur di 96 anni che era in prigione senza neanche sapere il motivo. Le guardie torturavano  prigionieri vicino a lei, per fare sì che le urla dei torturati la spaventassero. 

In prigione la signora Kadeer era isolata: non ha mai sentito parlare degli attacchi dell'11 settembre, della guerra in Iraq o delle Olimpiadi di Pechino del 2008.

Lo Xinjaing ha una popolazione  di 19 milioni di persone, di cui 8 milioni di etnia Uighur. Questi chiedono una maggiore autonomia per la regione, ma alcuni gruppi vogliono restaurare l'indipendenza che la regione ebbe dal 1938 al 1949, quando era nazione autonoma con il nome di East Turkestan. Pechino ha opposto una implacabile violenza contro i gruppi indipendentisti.

La signora Kadeer non ha mai combattutto per l'indipendenza. Ma, per il suo popolo essa chiede "libertà e diritti umani fondamentali. Io voglio che la mia etnia possa avere una vita felice, come quella dei cinesi. Non c'è cibo, né case per gli Uighur, eppure il governo continua a mandare i cittadini dalle città cinesi allo Xinjiang".
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