12/07/2012, 00.00
MYANMAR – USA

Dopo 15 anni, gli Stati Uniti potranno investire in Myanmar

Il presidente Usa Barack Obama lancia un nuovo segnale di apertura e chiama il Paese “Birmania”. Escluse dagli investimenti società e aziende implicate con l’ex giunta militare. A maggio scorso, gli Usa avevano allentato le sanzioni economiche.

Yangon (AsiaNews/Agenzie) - Per la prima volta in 15 anni, le compagnie americane potranno investire in Myanmar. Lo ha annunciato il presidente Usa Barack Obama, confermando così l'apertura di una nuova fase per le relazioni tra i due Paesi, iniziata nel maggio scorso. Per ottenere le licenze necessarie a investire e fornire servizi finanziari, le società Usa dovranno presentare dei resoconti annuali ai dipartimenti dello Stato e del Tesoro. Tuttavia, restano esclusi da queste collaborazioni società e individui già sottoposti a sanzioni contro il regime, o implicati con l'ex giunta militare.

Nell'annunciare la decisione, in modo significativo Obama ha parlato del Paese asiatico usando il vecchio nome: "Allentare le sanzioni vuole essere un segnale forte del nostro sostegno alle riforme, e fornirà incentivi immediati e benefici al popolo della Birmania".

Tra le società che potranno godere degli investimenti Usa, c'è anche la Myanma Oil & Gas Enterprise (Moge), compagnia petrolifera nazionale. Durante il suo viaggio in Europa, Aung San Suu Kyi, leader dell'opposizione, aveva invitato i Paesi stranieri a non contrarre rapporti economici con tale società. L'ex prigioniera politica - oggi membro del Parlamento birmano - denunciava infatti la mancanza di trasparenza negli affari della Moge. Per gli investimenti con tale compagnia, gli Stati Uniti hanno chiesto alle aziende di comunicare entro 60 giorni (e non un anno, ndr) le iniziative economiche.

Il primo segnale di apertura lanciato dagli Stati Uniti risale a maggio, quando il presidente Obama ha allentato parte delle sanzione su investimenti e commercio con il Myanmar, e ha nominato il primo ambasciatore in 22 anni di storia. La decisione è stata frutto delle riforme democratiche avviate dal Paese del sudest asiatico dalla fine del 2010 a oggi, tra cui la liberazione del Nobel per la pace Aung San Suu Kyi; l'accordo di pace con alcune minoranze etniche; la liberazione di centinaia di detenuti politici.

 

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