21/12/2005, 00.00
Pakistan
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Dopo 40 giorni, "estremisti islamici ancora impuniti per l'attacco a Sangla Hill"

di Qaiser Felix - Peter Jacob

Annunciato sciopero della fame "fino alla morte" per il primo giorno dell'anno "se il governo continua ad ignorare questa situazione". Religiosa locale: "Continuiamo la nostra missione, insegnare ai bambini che l'amore sconfigge l'estremismo".

Sangla Hill (AsiaNews) – La comunità cristiana ha celebrato ieri 2 messe in occasione del 40° giorno dopo l'attacco contro luoghi di culto, conventi e scuole avvenuto il 12 novembre scorso a Sangla Hill. I 40 giorni sono il tradizionale periodo di lutto pakistano.

L'attacco è nato dopo un presunto caso di blasfemia ed è stato fomentato dai religiosi locali che dalle moschee incitavano i propri fedeli "a fare qualcosa per difendere il sacro Corano dai cristiani". Una folla di circa 2 mila persone ha raccolto l'invito ed ha bruciato e saccheggiato le proprietà di cattolici e protestanti della zona.

Padre Samson Dilawar, parroco di Sangla Hill, dice ad AsiaNews: "Sono passati 40 giorni dall'attacco e la pubblica sicurezza non ha preso in considerazione la nostra denuncia né fatto nulla per fermare i veri colpevoli, che pure abbiamo indicato. Dato che sono ancora in libertà, viviamo nella paura perché contro di noi questa gente può fare quello che vuole".

"La polizia – denuncia - non ha rinviato a giudizio le 88 persone arrestate subito dopo il fatto e non ha riconosciuto alcun tipo di arma usata per distruggere i nostri beni. Il governo non ha fatto sapere nulla sull'indagine che hanno aperto, guidata dal giudice distrettuale di Nankana Sahib".

"La tensione – prosegue - continua a crescere, perché i religiosi musulmani non smettono di pronunciare discorsi pieni d'odio nei confronti dei cristiani. Secondo la loro versione, 88 devoti musulmani sono stati arrestati per colpa di un blasfemo e continuano ad insultare, per questo, noi cristiani e la nostra fede. Hanno trovato un altro modo per offenderci: stampano immagini sacre del cristianesimo sulle buste della spesa [usate poi per raccogliere l'immondizia ndr]".

"Non è vero, – continua – come dicono al mondo i rappresentanti del governo pakistano, che qui si vive in pace. Viviamo qui, ma sappiamo che la situazione non è a nostro favore. Gli estremisti continuano a ferire i nostri sentimenti religiosi e i media locali non hanno dato al nostro caso nemmeno l'1 % del loro interesse. Ringrazio AsiaNews ed i media internazionali per la loro copertura onesta di questa tragedia".

"Se il governo continua ad ignorarci e a non prendere in considerazione le nostre richieste – conclude il parroco - dal primo giorno del nuovo anno inizieremo uno sciopero della fame che porteremo avanti fino alla morte".

Il reverendo Tajmal Parvez è il pastore della chiesa presbiteriana di Sangla Hill "in totale accordo con p. Dilawal". "Abbiamo perso una chiesa vecchia di 103 anni – dice ad AsiaNews – e ciò che conteneva, compresi antichi paramenti da usare nelle cerimonie. Abbiamo perso le nostre case, ma dal governo abbiamo sempre una risposta fredda".

Suor Anthony, 68 anni, fa parte della congregazione delle sorelle terziarie francescane di Lahore ed è preside della scuola di S. Antonio. "Siamo ancora pieni di dolore e dispiacere per quello che è successo – racconta – ma il problema più grave è che in queste condizioni non possiamo portare avanti nel migliore dei modi la nostra missione educatrice". La scuola è infatti "ancora in pessime condizioni: non possiamo rischiare di far entrare dei bambini nelle aule. Stanno seduti sulle scale, e con questo freddo non prestano l'attenzione necessaria alle lezioni".

La scuola era la migliore della zona: fondata nel 1956 ha sempre avuto almeno il 50 % del corpo docente di fede musulmana. "Non possiamo celebrare in alcun modo il Natale – racconta la religiosa – ed è la prima volta in tanti anni. Non possiamo nemmeno fare regali ad insegnanti e studenti, e questo mi dispiace veramente tanto".

Almeno 15 bambini sono stati ritirati dalla S. Antonio: sono musulmani ed i genitori sono convinti che dopo l'attacco non saranno più trattati come prima, ma in qualche modo discriminati. "Al contrario – dice suor Anthony – saremo ancora più vicini a questi bimbi che non verranno in alcun modo ritenuti responsabili. La nostra fede ed il nostro insegnamento si basa sull'amore, per tutti. Abbiamo sempre trattato tutti allo stesso modo e continueremo a farlo, perché i nostri studenti sono pakistani, non cristiani o musulmani. In questo modo speriamo di lavare via l'estremismo dalla testa di tutti e di mettere al suo posto l'amore e la tolleranza".

Per cercare di dare risalto a questa ingiusta situazione la Commissione giustizia e pace del Pakistan ha organizzato ieri una protesta pacifica davanti al Circolo della stampa di Lahore insieme alla Commissione azione congiunta per i diritti dei cittadini (che riunisce 35 organizzazioni nazionali). Era presente anche Asma Jehangir, relatrice speciale all'Onu per la tolleranza religiosa. I relatori che hanno parlato durante la protesta hanno chiesto al governo di pubblicare i risultati dell'inchiesta giudiziaria, ancora secretati, e di smetterla con "proclami e promesse retoriche sull'armonia interreligiosa" al posto di passi concreti verso l'identificazione e l'arresto dei responsabili. "Per promuovere veramente l'armonia fra le religioni – hanno proseguito - bisogna eliminare le leggi e le politiche discriminatorie tuttora in vigore in Pakistan".

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