28/03/2009, 00.00
TURCHIA
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Elezioni in Turchia: banco di prova per Erdogan e per l’esercito

di NAT da Polis
L’Akp è il grande favorito e sembra poter vincere sui nazionalisti e sui curdi. La campagna elettorale si è svolta fra scandali, ma in modo libero e aperto. L’incognita del dopo-elezioni: rapporti con l’Ue o programma “neo-ottomano”? Anche il Vaticano dice la sua.

Istanbul (AsiaNews) - Domani 29 marzo si svolgono in Turchia le elezioni amministrative più importanti della sua storia moderna. Si tratta infatti di elezioni  che determineranno il nuovo  assetto politico del Paese, un banco di prova generale per la più importante  transizione politica,  dopo quella del 1923, quando Ataturk fondò la Repubblica Turca: l’ esito di queste elezioni saranno una specie di referendum che potranno confermare o no la fine di un regime parlamentare, caratterizzato finora dall’invadente presenza delle Forze armate nella gestione degli affari turchi.

Sul giornale Radikal , Hasan Celal Guzel ha detto che forse dopo il 29 marzo la Turchia chiuderà col periodo dei colpi di stato dell’esercito. L’importanza di queste elezioni si vede dal fatto che fin dall’inizio sono stati impegnati i leader stessi dei partiti, più che i candidati, e che la campagna si è svolta in modo capillare, porta  a porta.

Erdogan sembra poter vincere

Il lungo dibattito elettorale  è iniziato dopo la sentenza  della Corte suprema nell’estate 2008, con cui si evitava la sospensione dell’ Akp di Erdogan, il partito al governo. Il clima è stato appesantito dalle continue rivelazioni sul caso del gruppo terrorista Ergenekon, con il quale Erdogan ha messo alle strette la credibilità delle Forze armate, e sullo scontro tra Erdogan  e Dogan, capo del più importante gruppo editoriale della Turchia, legato al vecchio establishment kemalista.  Dogan è stato  accusato di evasione fiscale e rischia  la dissoluzione del suo impero editoriale,  ma la sua colpevolezza sembra più legata al fatto che egli ha portato alla luce il caso Fener Davasi, in cui per un scandalo finanziario sono denunciati  alcuni stretti collaboratori di Erdogan.

Baykal, il capo del Chp, il partito fondato da Kemal Ataturk,  cerca in queste elezioni la  sua sopravvivenza politica e  pur avendo denunciato  Erdogan per la dissoluzione dello stato laico, non ha  disdegnato ad abbracciare le donne velate. Intanto il capo del Mhp (partito nazionalista) cerca di accaparrare i voti dei giovani delusi da Baykal e timorosi  del partito di Erdogan.

Erdogan , malgrado la crisi che inizia a colpire anche  la Turchia,  è convinto di aver cambiato la storia di questo Paese, e cerca in queste elezioni la sua definitiva conferma. Tanto più che le amministrazioni locali guidate dal partito al governo Akp, benché non estranee a fatti di corruzione, hanno amministrato bene. Oltre a questi tangibili risultati, l’Akp ha pure candidato donne moderne, con la minigonna. E così egli va dicendo a tutti che se non vince le elezioni con il 47% si dimetterà.

Rimane poi l’incognita curda a Diyarbakir, verso i quali Erdogan ha svolto una campagna a tutto campo. L’analista Ismail Kucukkaya afferma che gli elettori curdi nella zona hanno un grosso dilemma: se votare secondo la logica, per l’Akp, o con il sentimento, per il Dtp, il partito curdo. Se il Dtp perderà consensi, ciò significherà un colpo pesante anche contro il Pkk, il partito armato di Ocalan, accusato di terrorismo.

I rapporti con l’Europa

Una novità di questa campagna elettorale è un diffuso senso di libertà che pervade soprattutto le grandi città. Ciò è in gran parte dovuto allo scontro fra tra il vecchio establishment e l’Akp. Grazie a quest’ultimo si è allentata la presa dello Stato su masse e minoranze e il suo controllo asfissiante.

A cambiare le mentalità contribuisce anche la massiccia urbanizzazione. Alcuni membri del partito Odp (unico vero partito di sinistra, di orientamento europeo) affermano che oggi in Turchia esiste uno scontro strisciante tra la  cultura della città e quello della campagna. Di sicuro questa trasformazione potrà produrre molti nuovi esiti.

Il maggior pericolo per il Paese sembra oggi venire dalla possibile esaltazione o arroganza che potrebbe derivare dall’importanza geopolitica che la Turchia sta assumendo - spinta anche dalla nuova amministrazione Usa, spingendola verso un modello neo-ottomano. E preoccupano certi pensieri di scuola, tipo quelli di Chicago, che spingono la Turchia a volgere le spalle all’Europa e riprendere il suo ruolo antico, di tipo ottomano.

Certo, il presidente Gul, in visita ieri a Bruxelles, ha promesso che dopo le elezioni di domani vi sarà una  ripresa delle trattative per l’integrazione della Turchia nella Ue. Il commissario Ue José Manuel Barroso ha detto la sua sulla libertà di stampa in Turchia e la multa imposta su Dogan. L’Ue sollecita le riforme, ma Bajis, responsabile turco per gli affari con l’Ue ha detto che chi ritarda il cammino di integrazione europea della Turchia è proprio l’Ue!

A tutte queste voci si aggiunge anche quella del Vaticano. Secondo il presidente di Cipro Christofias, che ieri ha incontrato il papa, la Santa Sede è favorevole all’ingresso della Turchia nella Ue, se il Paese si adegua alle normative europee. Allo stesso tempo – sempre secondo Christofias, - il papa è preoccupato per lo smarrimento delle radici cristiane e culturali nel nord dell’isola, occupato dall’esercito turco nel 1974.

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