Guerra e petrolio: Delhi e Dhaka cercano accordi con l’Iran sul blocco di Hormuz
Con miissili e mine l’Iran ostruisce il passaggio dello snodo in cui transita il 20% del greggio globale. India e Bangladesh - dopo la Cina - cercano di mediare il via libera da Teheran al passaggio delle loro navi per scongiurare una crisi. Secondo dati Eia fino all’82% dei volumi in uscita da Hormuz destinati ai mercati asiatici. Dal 16 marzo Tokyo intende utilizzare in autonomia parte delle sue riserve petrolifere.
Abu Dhabi (AsiaNews) - Un balzello per il passaggio. Porte aperte alle nazioni e ai governi “amici” o comunque non ostili, missili e mine anti-cargo per le imbarcazioni battenti bandiera degli Stati Uniti, di Israele e di altri Paesi che alimentano la guerra. Questo è lo scenario che si sta delineando negli ultimi giorni nello Stretto di Hormuz e nelle acque del Golfo, area strategica attraverso la quale passa - o passava prima del conflitto - circa il 20% del petrolio globale, fino a 18 milioni di barili, oltre a merci e beni di varia natura. Colpire gli interessi economici delle potenze globali è una delle armi, se non l’arma più potente usata da Teheran in risposta agli attacchi israelo-americani; una strategia mirata che punta alle raffinerie e ai centri di produzione del petrolio nelle nazioni del Golfo, dal Bahrein al Kuwait, fino a bloccare il passaggio in uno snodo marittimo essenziale. Un tema attuale dopo gli attacchi delle ultime ore a navi cargo, con marinai deceduti o dispersi.
Lo Stretto di Hormuz è un tratto di mare lungo circa 60 km e largo 30 che separa l’Iran dalla penisola omanita di Musandam, circondata a sua volta dagli Emirati Arabi Uniti (Eau), e che collega il Golfo Persico al Golfo dell’Oman (Mar Arabico). La sua conformazione, grazie anche alla profondità delle acque, permette il passaggio di grandi petroliere ed è usato dai principali produttori del Medio oriente per il passaggio e trasporto di greggio o gas naturale, oltre ai commerci.
Stime della Energy Information Administration (Eia), parlano di un valore pari a circa 600 miliardi di dollari annui in scambi energetici. Petrolio che viene da Iran, Iraq, Kuwait, Qatar, Arabia Saudita ed Emirati e che vede il passaggio ogni mese di circa 3mila navi cargo, che vanno a rifornire principalmente i mercati asiatici e le più importanti economie della regione come Cina, India e Giappone. Sempre secondo dati Eia, negli ultimi anni fino all’82% di greggio e idrocarburi in uscita da Hormuz hanno rifornito i mercati asiatici e la sola Cina acquista circa il 90% del petrolio iraniano, con Teheran che trasporta circa 1,7 milioni di barili al giorno.
Da qui la decisione di alcuni governi asiatici di agire in prima persona e siglare accordi con Teheran per garantirsi un passaggio sicuro in acque agitate, e minate. È di queste ore la notizia rilanciata da una fonte governativa indiana secondo cui Teheran avrebbe acconsentito al passaggio di navi battenti bandiera indiana nello Stretto, area dalla quale la nazione dell’Asia del Sud importa il 40% del greggio. In realtà non vi sarebbero notizie ufficiali, anche perché sulla questione il ministero indiano degli Esteri e l’ambasciata della Repubblica islamica a Delhi non rilasciando comunicazioni e una fonte iraniana avrebbe smentito.
La questione resta aperta e la situazione fluida, spiegano analisti ed esperti, ma è altrettanto evidente che la rotta risulti strategica per gli interessi energetici del gigante asiatico. Inoltre alla partita del fabbisogno energetico si sovrappone quella delle alleanze strategiche; in questa prospettiva vale ricordare il recente viaggio del premier indiano Narendra Modi in Israele e il caloroso incontro con il primo ministro Benjamin Netanyahu, il principale fautore della guerra all’Iran. Da qui il delicato equilibrismo di Delhi che, pur a fronte di un consolidamento recente del legame con lo Stato ebraico, deve salvaguardare i propri interessi interni e lo snodo di Hormuz risulta essenziale per il fabbisogno energetico. La situazione è rimasta fluida, quando nell’area risultano tuttora presenti e operative 28 navi con 778 marinai a bordo, mentre l’India ha fornito un porto sicuro a 183 marinai iraniani da una nave che ha attraccato dopo lo scoppio della guerra.
Vi sono maggiori conferme, invece, sul via libera al “passaggio sicuro” concesso dalla Repubblica islamica al Bangladesh, con il governo di Dhaka che sta intensificando gli sforzi per mantenere una fornitura di carburante stabile a fronte dell’escalation del conflitto in Medio oriente. In queste ore Teheran ha fornito l’autorizzazione alla navigazione attraverso il corso d’acqua, grazie anche agli accordi raggiunti nell’incontro fra il consigliere per l’Energia Iqbal Hasan Mahmud Tuku e l’ambasciatore iraniano a Dhaka Jalil Rahimi Jahanaba. Al centro della discussione non solo il passaggio lungo lo stretto, ma anche questioni strategiche relative alla cooperazione energetica e al transito marittimo. In una situazione di grave difficoltà, con il governo già costretto a varare misure di austerity e disporre la chiusura delle scuole, un aiuto potrebbe giungere da India e Cina che hanno espresso la volontà di assistere il Bangladesh nella fornitura di carburante.
Si allunga così la lista dei Paesi che avrebbero ottenuto il via libera al passaggio, dopo che nei primi giorni di guerra la Cina era il solo Paese che aveva ricevuto una autorizzazione esplicita dalla Repubblica islamica al passaggio delle proprie imbarcazioni. Il blocco delle spedizioni di petrolio e gas attraverso lo stretto è lo scenario da incubo per il sistema energetico globale e rappresenta una delle più gravi interruzioni dell’approvvigionamento energetico mai subito. Inoltre, la capacità di riserva in altre parti del mondo è insufficiente per colmare il divario in caso di ulteriori e più gravi interruzioni dalla regione mediorientale. Fino al riavvio delle spedizioni, le raffinerie di tutto il mondo non hanno abbastanza greggio e dovranno esaurire le risorse per continuare a produrre e fornire carburante ai trasporti e all’industria. A questo si somma l’aumento dei prezzi, con il barile che ha toccato nei giorni scorsi quota 119 dollari, il massimo negli ultimi quattro anni.
Intanto anche il Giappone entra nella partita energetica annunciando l’intenzione di rilasciare parte delle proprie riserve petrolifere già il 16 marzo, in risposta all’impennata dei prezzi e senza attendere un rilascio coordinato a livello internazionale. “Le petroliere risultano incapaci di passare attraverso lo Stretto di Hormuz” ha sottolineato ieri la premier Sanae Takaichi annunciando la decisione. “Si prevede che le importazioni di petrolio in Giappone - ha proseguito - diminuiranno drasticamente dalla fine di questo mese”. Tokyo intende dunque attingere l’equivalente di 15 giorni di riserve del settore privato e un mese di scorte statali. Il rilascio avrà un totale di 80 milioni di barili, il più grande volume di sempre, secondo il ministero dell’Industria ed è la prima volta che il Sol Levante agisce rilasciando in modo indipendente le riserve nazionali.
Il capo del governo ha spiegato che il Paese attuerà misure di mitigazione di emergenza utilizzando sussidi per calmierare i prezzi della benzina al dettaglio a circa 170 yen (1,07) dollari al litro in media a livello nazionale, in caso di ulteriori aumenti. Infine, l’esecutivo prevede di ripristinare il programma di sussidi per la benzina in vigore fino alla fine dello scorso anno, con pagamenti applicabili alle spedizioni effettuate a partire dal 19 marzo; misure simili saranno estese a gasolio e cherosene.





