18/06/2015, 00.00
VATICANO
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Enciclica: la crisi ecologica è una crisi umana, sociale ed etica (2)

Nei capp. 3 e 4 di “Laudato sì” sulla cura del creato, papa Francesco indica le cause profonde della crisi ecologica in un “antropocentrismo deviato”. Le pretese della scienza e della tecnica portano al relativismo presuntuoso e a una “cultura dello scarto” che produce rifiuti e scarti umani. Il movimento ecologista dovrebbe anche lottare contro l’aborto e la manipolazione degli embrioni umani vivi. La soluzione è un’ecologia integrale che riproponga l’uomo e i suoi rapporti con la natura, ma anche con gli altri, la cultura, e con se stessi, il proprio corpo e la mascolinità e femminilità. Una proposta per gli OGM.

Città del Vaticano (AsiaNews) – “La crisi ecologica è un emergere o una manifestazione esterna della crisi etica, culturale e spirituale della modernità” (n. 119). Per questo una risposta ai problemi dell’ambiente richiede non soluzioni a fiato corto o riduttive, ma una vera e “coraggiosa rivoluzione culturale” (n. 114), una “ecologia umana” che coinvolge i rapporti dell’uomo con se stesso, con la natura, con la società e con Dio: “non possiamo illuderci di risanare la nostra relazione con la natura e l’ambiente senza risanare tutte le relazioni umane fondamentali” (id.).

E’ questo in sintesi il messaggio dei capitoli 3 e 4 dell’enciclica “Laudato sì”, quelli in cui Francesco analizza più a fondo le cause profonde della crisi ecologica e della distruzione dell’ambiente, proponendo soluzioni ampie, integrali e a lungo termine, correggendo nello stesso tempo un’idolatria della tecnica e del potere e un’idolatria dell’ambiente. In tal modo egli supera e corregge da una parte la pretesa della scienza e del mercato di organizzare il mondo e la natura; dall’altra supera e corregge gli utopismi di certi movimenti ambientalisti che sognano un mondo senza macchine e perfino senza l’uomo: “Nessuno vuole tornare all’epoca delle caverne, però è indispensabile rallentare la marcia per guardare la realtà in un altro modo, raccogliere gli sviluppi positivi e sostenibili, e al tempo stesso recuperare i valori e i grandi fini distrutti da una sfrenatezza megalomane” (n. 114).

Il prometeismo di tecnica e scienza

Ad essere messa in causa è anzitutto la tecnologia, scivolata verso “un sogno prometeico di dominio sul mondo” (n. 116), incapace di utilizzare bene il suo potere, se all’uomo “mancano un’etica adeguatamente solida, una cultura e una spiritualità che realmente gli diano un limite e lo contengano entro un lucido dominio di sé” (n. 105).

Messo in causa è  anche l’atteggiamento scientifico divenuto un modo unilaterale di guardare alla realtà e alla vita come un oggetto esterno da dominare: “È come se il soggetto si trovasse di fronte alla realtà informe totalmente disponibile alla sua manipolazione” (n. 106). Da qui nasce “la menzogna circa la disponibilità infinita dei beni del pianeta, che conduce a ‘spremerlo’ fino al limite e oltre il limite” (id.).

Va notato che il pontefice non demonizza né la tecnica, né la scienza, anzi apprezza i loro risultati (cfr. nn 102-103), ma non nasconde inquietanti domande sull’uso di questo potere totalizzante nelle mani di “una piccola parte dell’umanità” (n. 104). Allo stesso tempo egli mostra che è il “dominio” senza limiti a creare l’idolatria del mercato e un mondo in cui vi è un “supersviluppo dissipatore e consumistico che contrasta in modo inaccettabile con perduranti situazioni di miseria disumanizzante” (n. 109).

Rifacendosi al teologo e filosofo Romano Guardini (citato ben sei volte in poche pagine), il papa definisce la malattia del mondo moderno come un “antropocentrismo” “deviato” o “eccessivo” (nn. 115-118), che “non riconosce agli altri esseri un valore proprio, fino alla reazione di negare ogni peculiare valore all’essere umano” (n. 118).  Un tale delirio di onnipotenza provoca una diffusa “cultura del relativismo” (n. 123), in cui “l’essere umano pone se stesso al centro”, incurante di tutto se non dei “propri interessi immediati” (n. 122). Proviene da qui la “cultura dello scarto”, “dell’usa e getta” - citati spesso dal papa nelle sue omelie -  verso l’ambiente e gli uomini: il consumismo, i rifiuti, ma anche “la tratta degli esseri umani, la criminalità organizzata, il narcotraffico, il commercio di diamanti insanguinati e di pelli di animali in via di estinzione”; la vendita di organi, “lo scarto di bambini perché non rispondono al desiderio dei loro genitori” (n. 123).

Lavoro e OGM

Per correggere l’antropocentrismo deviato, il papa fa due esempi: sul lavoro e sulle biotecnologie. Dal punto di vista biblico, l’uomo è chiamato “non solo per prendersi cura dell’esistente (custodire), ma per lavorarvi affinché producesse frutti (coltivare)” (n. 124). Ciò significa che il lavoro è sia trasformazione, ma anche contemplazione e rispetto. E siccome il lavoro è espressione di ogni uomo, è prioritario garantire “l’accesso al lavoro” per tutti (n. 128), nel settore agricolo e nel settore produttivo (cfr. n. 129).

Sulle biotecnologie e in particolare sugli organismi modificati geneticamente (OGM), il pontefice non esclude per principio il loro uso, ma chiede che vi siano “luoghi di dibattito” e “un’informazione estesa e affidabile”, così che “agricoltori, consumatori, autorità, scienziati, produttori di sementi, popolazioni vicine ai campi trattati e altri” possano trovare soluzioni condivise (n. 135).

Aborto e embrioni

Il superamento della “schizofrenia” nella “esaltazione tecnocratica” non vuol dire avallo di un ecologismo ingenuo, ma un affermare che “non ci sarà una nuova relazione con la natura senza un essere umano nuovo. Non c’è ecologia senza un’adeguata antropologia” (n. 118). Da questo punto di vista, il pontefice corregge le schizofrenie anche dei movimenti ecologisti specializzati, che si battono per “la difesa della natura” e allo stesso tempo giustificano l’aborto (n. 120); che difendono “l’integrità dell’ambiente”, reclamando “limiti alla ricerca scientifica”, ma non applicano i medesimi principi “alla vita umana” e agli “esperimenti con embrioni umani vivi” (n. 136).

L’ecologia integrale

L’idea forte che papa Francesco vuole proporre è che “tutto è connesso” (n. 138), che “le specie viventi formano una rete che non finiamo mai di riconoscere e comprendere” (id.). Per questo è necessaria una “ecologia integrale” (il titolo del cap. 4), in cui egli mostra con molti esempi come “non ci sono due crisi separate, una ambientale e un’altra sociale, bensì una sola e complessa crisi socio-ambientale. Le direttrici per la soluzione richiedono un approccio integrale per combattere la povertà, per restituire la dignità agli esclusi e nello stesso tempo per prendersi cura della natura” (n. 139).

Tale approccio richiede un risanamento delle istituzioni: dove vi sono istituzioni “precarie” e leggi “che rimangono lettera morta”, vi è danno alla popolazione e all’ambiente (cfr n. 142).

E’ pure necessaria “un’ecologia culturale”, che non azzeri le differenze fra le culture in nome di un’economia globalizzata e consumistica, ma custodisca “l’immensa varietà culturale, che è un tesoro dell’umanità” (n. 144), in particolare le culture degli aborigeni, portatori di un rapporto equilibrato con la natura (n. 146).

Fondamentale è anche un’ecologia “della vita quotidiana”, che implica la progettazione delle città, degli spazi verdi, i trasporti che sostengano l’appartenenza a una comunità, la solidarietà, la partecipazione superando “disordine”, “caos”, “inquinamento visivo e acustico” (nn. 147-154).

Ecologia dell’uomo

Citando in ampiezza la “Caritas in veritate” di Benedetto XVI, Francesco ripropone una “ecologia dell’uomo” che implica “l’accettazione del proprio corpo come dono di Dio” e “apprezzare il proprio corpo nella sua femminilità o mascolinità” come base necessaria per imparare ad accogliere la natura e gli altri, nel rispetto della “legge morale inscritta nella sua propria natura, relazione indispensabile per poter creare un ambiente più dignitoso” (n. 155).

A questa visione integrale dell’ecologia, è necessario “il principio del bene comune” con una particolare attenzione alla famiglia e ai poveri. Tale principio – che lo Stato ha l’obbligo di difendere - è necessario per garantire la pace sociale e la solidarietà (nn. 157-158).

E soprattutto è urgente una “solidarietà fra le generazioni”: “Se la terra ci è donata, non possiamo più pensare soltanto a partire da un criterio utilitarista di efficienza e produttività per il profitto individuale. Non stiamo parlando di un atteggiamento opzionale, bensì di una questione essenziale di giustizia, dal momento che la terra che abbiamo ricevuto appartiene anche a coloro che verranno” (n. 159).

Per il papa, lo stile di vita attuale - consumo, spreco, alterazione dell’ambiente – è “insostenibile” (n. 161). “La difficoltà a prendere sul serio questa sfida è legata ad un deterioramento etico e culturale, che accompagna quello ecologico. L’uomo e la donna del mondo postmoderno corrono il rischio permanente di diventare profondamente individualisti, e molti problemi sociali attuali sono da porre in relazione con la ricerca egoistica della soddisfazione immediata, con le crisi dei legami familiari e sociali, con le difficoltà a riconoscere l’altro” (n. 162).

Enciclica: “Un uso irresponsabile e un abuso dei beni che Dio ha posto nella terra” (1)

Enciclica: serve una “conversione ecologica” che recuperi la dimensione etica dello sviluppo (3)

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