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    » 13/08/2012, 00.00

    TURCHIA - SIRIA

    Erdogan, l'incubo curdo e la fine di Assad

    NAT da Polis

    Mentre si sbriciola il regime di Assad, al nord della Siria sta nascendo una zona autonoma kurda, in buoni rapporti con il PKK. Erdogan, divenuto nemico di Assad, teme la nascita di uno Stato kurdo, amico dei "terroristi". Per la Turchia è venuto il momento di rispondere coi fatti alle esigenze delle minoranze.

    Istanbul (AsiaNews) - I duri scontri che si riscontrano ogni giorno in Siria, in particolare ad Aleppo, mostrano che una definitiva resa dei conti è in arrivo nella lotta fra il regime di Assad e gli insorti, sostenuti dai loro alleati esterni.

    Mentre le   grandi potenze continuano a scambiarsi  reciproche accuse  per lo svolgersi  e il precipitare degli avvenimenti, al nord della Siria sta per compiersi un dato di fatto:  la nascita in quei territori di una zona autonoma kurda, a ridosso dei  confini tra  Turchia ed  Iraq del nord. Con il tacito accordo di Assad, tali territori sono proprio passati sotto lo  stretto controllo  della popolazione kurda della Siria.

    In questo modo Assad punisce con un duro colpo il voltagabbana di Ankara. In proposito, va ricordato che in passato Ankara ha appoggiato il regime di Assad (v. foto). Tre anni fa la Turchia  aveva fatto da intermediario tra Damasco e Israele; ora, invece, essa offre pieno appoggio agli insorti.

    Questo fatto di grande rilevanza non fa certo dormire sogni tranquilli  ai  governanti  di Ankara, per i quali  il precipitare della crisi siriana  sta diventando un vero e proprio incubo: i kurdi della Siria infatti, sono in buoni rapporti con quelli del PKK. Si comprende allora l'ira di Erdogan, quando proclama ai quattro venti  "Non permetterò a organizzazioni terroristiche di creare e  stabilire campi militari al nord della Siria!".

    Al fine di evitare  l'alleanza del PKK con i kurdi siriani, Ankara sta sviluppando relazioni con Masud Barzani, presidente del Kurdistan irakeno, ma le cose divengono sempre più complicate e di difficile concertazione.

    Ankara inizia a  percepire  che, comunque le cose vadano a finire, che prevalgano i  sunniti  o che prosegua la guerra civile,  a ridosso del ventre più molle del proprio territorio, sta di fatto nascendo  una nuova zona  autonoma kurda. Il tentativo disperato è di evitare  l 'alleanza  delle varie componenti  kurde. 

    La crisi siriana ha portato in evidenza  anche la fragilità della tanto esaltata politica neo-ottomana di Erdogan e di Davutoglu, suo ministro degli esteri. che veniva indicata come fattore di stabilità in quell' area del mondo e come modello da imitare .

    Negli ambienti diplomatici  di Istanbul si fa notare che la politica di Erdogan,  da sempre poco convinta   e decisa  nel riconoscere i  diritti delle minoranze, rischia ora  di vedere  nel sud del proprio Paese,  la nascita di uno Stato autonomo della  numerosa minoranza  kurda, con il  rischio conseguente della piena autonomia di una popolazione di 15 milioni di persone e forse addirittura della scissione.

    Ricordando anche che in passato le minoranze non musulmane sono state epurate in vari modi, gli ambienti diplomatici consigliano a Erdogan di passare dalle parole ai fatti e trovare un modo di integrare tutte le minoranze. Insomma: è finito il tempo delle prediche  e delle parole altisonanti.

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