08/06/2018, 12.09
GIORDANIA
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Esperto giordano: crisi economica, politica e sociale dietro la protesta. Rischio terrorismo

Per Amer Al Sabaileh le protese non riguardano solo la sfera “fiscale” e coinvolgono tutto l’apparato dello Stato, compresa la monarchia. Timore per infiltrazioni estremiste da Iraq e Siria che possono infiammare la piazza. Per superare la crisi: lotta alla corruzione e una road map per lo sviluppo e l’innovazione. 

 

Amman (AsiaNews) - L’ondata di proteste, finora pacifiche, divampate di recente nel regno hascemita “non riguardano solo la politica fiscale” e hanno una duplice valenza “economica e politica”, che coinvolge anche la gestione dello Stato e la monarchia stessa. È quanto spiega ad AsiaNews il professore e analista giordano Amer Al Sabaileh, commentando le dimostrazioni ad Amman e in altre città del Paese, che hanno spinto alle dimissioni il premier Hani Mulki. Come ogni forma di protesta, avverte lo studioso, anche questa “è contraddistinta da segnali di forza sociale e rischia di aggravarsi”. “Siamo al confine con Iraq e Siria - aggiunge - nazioni teatro da tempo di terrorismo e criminalità. Una fragilità interna può trasformare queste proteste” e imprimere una deriva estremista, per questo “è necessario vigilare e fare attenzione”. 

La scintilla che ha innescato la rivolta è stata la riforma fiscale voluta dall’esecutivo uscente e caldeggiata dal Fondo monetario internazionale (Fmi). Una legge che intendeva arginare gli effetti dell’inflazione e della disoccupazione ma che, secondo i critici [le manifestazioni sono guidate da sindacalisti e personalità della società civile] finisce per impoverire le classi medio-basse. 

Il neo Primo ministro Omar al-Razzaz ha confermato l’intenzione di ritirare la legge e, seguendo il monito del re Abdullah, ha avviato una serie di consultazioni con i vari attori, fra cui imprese e parti sociali, la vera anima della rivolta. Tuttavia, le manifestazioni di piazza sono continuate con centinaia di persone che sfilano per le strade della capitale chiedendo un cambiamento nelle politiche economiche e sociali del Paese. Alcuni negozi e attività hanno chiuso in seguito allo sciopero dei lavoratori. 

Per la prima volta nella storia recente del Paese, anche la monarchia sembra in difficoltà a causa dell’esasperazione di un popolo sempre più impoverito e di una possibile crescita dell’estremismo islamico. La rivolta appare come la punta di un iceberg in una nazione che dispone di risorse naturali [fra cui il petrolio] assai limitate rispetto ad altri Paesi della regione e ospita fino a un milione di rifugiati, la maggior parte dei quali irakeni, siriani o dello Yemen in fuga dalle guerre. 

Il nuovo premier, spiega Amer Al Sabaileh, ha annunciato il ritiro della legge sulle tasse e ha assicurato una revisione della norma che prevede un carico fiscale al 16%, che ha “peggiorato le condizioni economiche dei giordani”. In questi giorni, aggiunge, sembrano arrivare “segnali positivi” che potrebbero avere impatti benefici, tuttavia “non credo che le proteste siano finite, piuttosto si entra in una nuova fase. Qui non si tratta di una legge specifica, ma di un accumulo di vari errori che si sono susseguiti nel tempo, a distanza di anni”. 

Lo studioso, nato ad Amman e laureato in Lingue e letterature moderne, master in Italia e oggi docente presso la University of Jordan, nel dipartimento di Lingue europee, parla di “uno Stato dentro lo Stato che si è venuto formando nel tempo e che è il vero obiettivo della protesta”. Anche il re non è immune da responsabilità nella gestione del potere, per quanto concerne la politica interna, e nelle relazioni con gli altri Paesi della regione (Israele, Iraq, Arabia Saudita), oltre che lo storico alleato statunitense. “Siamo di fronte - avverte - a un problema più vasto”. 

Il 90% del Prodotto interno lordo (Pil) serve per pagare gli interessi sul debito, mentre quest’ultimo non accenna a diminuire. La corruzione ha dominato la scena politica e istituzionale della Giordania degli ultimi decenni. “Le persone - sottolinea Amer Al Sabaileh - nutrono un sentimento di profonda stanchezza per lo status quo, chiedono giustizia e processi giusti ed equi contro quanti hanno contribuito al decadimento del sistema Paese. Sono personalità di primo piano, nel panorama politico e governativo, che hanno fatto perdere la credibilità al Paese”. Inoltre, il nuovo governo “deve presentare una road map chiara sugli obiettivi strategici” di medio e lungo periodo, illustrando “competenze e progetti precisi mirati allo sviluppo economico”.(DS)

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