16/07/2008, 00.00
IRAQ
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Essere donna, giornalista e cristiana nella Baghdad che torna a vivere

di Layla Yousif Rahema
Sotto la pressione dei fondamentalisti islamici che le spingono a convertirsi, coi rischi aggiuntivi della professione giornalistica, in esilio da un Paese all’altro: il calvario di due donne irakene dalla caduta di Saddam ai giorni nostri.

Roma (AsiaNews) - Un giorno Mariam* trova la sua foto sul sito internet di un gruppo fondamentalista sciita e la sua vita, insieme a quella della sua famiglia, non sarà più la stessa. Mariam, 30 anni, è una giornalista irachena, nota perché conduceva il notiziario politico della tv Al-Sharqiya, emittente vicina al partito Baath dell'ex rais Saddam Hussein. Oltre che donna e giornalista, due categorie da tempo nel mirino dell'estremismo settario a Baghdad, è anche cristiana. Per lei e la sorella Rita, 28 anni altra giornalista collaboratrice di agenzie internazionali e americane, l'ultimo anno si è trasformato nel quotidiano inferno che vive la gran parte del loro popolo ancora inpatria: velo obbligatorio per non offendere gli islamici, intimidazioni, rapimenti e la morte di amici e colleghi. Ma nonostante ciò, forse, ancora tutto non è perduto.

 A Roma per un corso sull'"informazione cattolica per e in Medio Oriente" presso AsiaNews, le due giovani raccontano la loro esperienza: le difficoltà della vita quotidiana che gradualmente sembra tornare ad una parvenza di normalità, la voglia di contribuire a far rinascere il proprio paese, la speranza cristiana che dà loro la forza di andare avanti e il desiderio bruciante di far conoscere al mondo la situazione irachena.

 La tv Al Sharqiya (finanziata per metà dall'Arabia Saudita e per metà da Londra, ndr) dopo la guerra e la caduta di Saddam si è dovuta trasferire a Dubai: troppo rischiose le minacce dei terroristi che l'avevano presa di mira per le sue posizioni filo-baath. Così nel 2003 anche Mariam e Rita si trasferiscono negli Emirati, ma anche qui la vita qui non è facile. "A Dubai come nel resto del mondo - dice Rita - non vogliono iracheni a lavorare, solo che qui per la comunanza di origine, l'ospitalità araba e anche per il fatto che si tratta di un Paese ricco ti aspetteresti un'accoglienza e un aiuto differente. Invece no. Ti assumono per un breve periodo e se non ti rinnovano il contratto sei costretto a tornare indietro in poco tempo. Dubai, inoltre, è una città molto costosa e se non hai qualcuno che ti aiuti economicamente non puoi farcela".

 

Dopo l'impiccagione del rais, dicembre 2005, il proprietario dell'emittente "invita" i dipendenti a vestirsi tutto a lutto. Così in tv circola l'immagine di Mariam in lutto per la morte dell'ex dittatore sunnita. È la sua condanna a morte. La sua foto con quell'abbigliamento, subito diffusa in rete, è la prova inequivocabile per le varie milizie sciite, che imperversano in Iraq, della sua complicità con l'odiato dittatore. Le arrivano telefonate anonime in cui si "suggerisce" di lasciare il lavoro, di non farsi più vedere, perché "sarà meglio sia per te che per la sua famiglia". "Ho avuto paura, non riuscivo a vivere con l'idea di aver messo in pericolo la vita dei miei cari e così, anche su pressione del mio direttore, ho deciso di abbandonare. Con Rita siamo state costrette a tornare a Baghdad, non avevamo scelta".

 È il 2007 quando rimettono piede nella loro città natale, ma questa è profondamente cambiata. "Da due anni - racconta Mariam – avevano iniziato a girare gruppi di uomini vestiti di nero, milizie religiose, che andavano a parlare con i nostri preti e i nostri padri per imporre le regole islamiche. Ed ecco che d'un tratto non potevamo più dirci cristiane. Abbiamo dovuto subito indossare il velo, le nostre chiese aprivano solo poche ore la domenica, molte sono state del tutto chiuse".

 Mariam, riconoscibile per essere stata a lungo conduttrice di Al Sharqiya, ha praticamente vissuto murata viva, con il terrore di uscire, e senza poter lavorare. "Nella nostra città, dove prima andavamo a scuola, a trovare gli amici, a pregare, le scene quotidiane erano diventate quelle degli omicidi immotivati - macchine che vengono fatte fermare, i passeggeri scendere e portati lontano per essere fucilati senza un motivo apparente - quelle delle esplosioni e delle violenze; nelle moschee affiggevano liste con i nomi degli uomini da uccidere perché ritenuti complici degli americani, anche nostro cugino è apparso su questa sorta di elenco ed è dovuto fuggire al nord; intanto tutt'intorno la vita va avanti, la gente va al mercato, all'università, solo che vivi con l'angosciante certezza che prima o poi toccherà a te".

 

Mariam e Rita hanno ereditato la passione per il loro lavoro dal padre, anche lui giornalista. "Papà, però, non ha avuto i nostri problemi, neanche dopo la guerra, perché lui si occupava di arte; la questione è che se fai informazione politica in Iraq sei in automatico nel mirino di un gruppo o di un altro". Appena tornata a Baghdad, l'anno scorso, Mariam ha visto uccidere nel giro di pochi mesi tre colleghi, due uomini e una donna, solo perché erano cronisti, niente altro. "Se vuoi fare informazione non pilotata - sostiene Rita - devi lasciare l'Iraq; è vero che gli iracheni sono più liberi che sotto Saddam, ma per i giornalisti è rimasto lo stesso: se vuoi lavorare non devi parlare o scrivere male delle autorità, funziona così. Anche nel più pacifico Kurdistan le cose non sono diverse: il governo semi autonomo non vuole cattiva pubblicità e il controllo sulla stampa locale è forte".

 "Quest'anno la sicurezza in città ha visto un notevole miglioramento - confermano le giovani donne - ci sono meno autobomba, meno attentati e rapimenti. Certo non smettiamo di indossare il velo, altrimenti ci minacciano con la conversione all'islam, le chiese però ora riescono ad aprire anche un altro giorno durante la settimana oltre la domenica. Sempre però per due o tre ore, non di più". A Dora, il quartiere storico dei cristiani della capitale, la situazione è ancora molto rischiosa per la piccola comunità ormai ridotta al lumicino. Le due giornaliste raccontano come la guerra abbia distrutto anche i rapporti più semplici, le relazioni di base. "Tra vicini di casa ci si aiuta e non si fa differenza tra sunniti, sciiti o cristiani – dice Mariam - ma è praticamene impensabile andare a trovare un amico musulmano che abita in un altro quartiere e la stessa cosa è per lui". "Questa esperienza di contatto con altri colleghi e con altri cristiani in Italia ci fa sentire meno isolate e per questo meno fragili. Avvertiamo oggi di essere parte di qualcosa di più grande, vedere la solidarietà e la comprensione della gente di un altro Paese ci dà molta forza. Quando sei laggiù, sotto le bombe e i colpi di mortaio, a volte sembra che non esista altro al di fuori della tua disperazione. Ma la preghiera, la nostra fede e la solidarietà del mondo e degli amici esterni sono un sostegno indispensabile per noi che vogliamo rimanere lì, sperando che anche grazie al nostro sacrificio, un giorno, l'Iraq tornerà finalmente a vivere".

  

* Per ragioni di sicurezza, i nomi propri che qui vengono dati sono fittizi.

 

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