25/09/2017, 09.03
IRAQ
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Fra polemiche e minacce, i curdi al voto per il referendum sull’indipendenza

Alle 8 ora locale hanno aperto i seggi nelle tre province della regione autonoma. I primi risultati attesi per la mattinata di domani. Baghdad ha già annunciato “misure” a difesa dell’unità del Paese, fra cui il blocco del petrolio curdo. L’Iran ferma i voli da e per il Kurdistan. Ankara prolunga il mandato delle truppe turche in Iraq (e Siria). 

 

Erbil (AsiaNews/Agenzie) - Si sono aperte questa mattina le operazioni di voto per il controverso referendum curdo per l’indipendenza da Baghdad, che non ha valore vincolante ed è destinato a passare con una maggioranza schiacciante. Il governo irakeno e la Corte suprema sono intervenuti a più riprese contro la consultazione elettorale, definendola incostituzionale e minaccia per la pace nella regione, e promette “misure” a difesa dell’unità del Paese. Fra queste il blocco dei proventi del petrolio, una risorsa essenziale per l’economia locale. 

Il voto per l’indipendenza curda - che fa paura anche a cristiani, yazidi e turkmeni - ha innalzato le tensioni con l’esecutivo locale e molti fra i governi della regione, con l’unica eccezione di Israele. Su richiesta di Baghdad, l’Iran ha disposto il blocco a tutti i voli da e per il Kurdistan irakeno. Ankara ha approvato nel fine settimana il prolungamento di un altro anno della presenza delle proprie truppe sul territorio siriano e irakeno, per proteggere il Paese da “minacce” esterne. 

Le cancellerie occidentali temono inoltre che esso possa causare nuovi conflitti e indebolire le forze arabo-curde nella comune lotta contro lo Stato islamico (SI, ex Isis). 

Per favorire il voto - voluto con forza dal leader curdo Massoud Barzani - sono stati allestiti 12.072 seggi elettorali, cui si recheranno gli oltre 5,3 milioni di aventi diritto che si sono registrati nelle scorse settimane. Le operazioni hanno preso il via questa mattina alle 8 ora locale e riguardano tre province della regione autonoma curda: Erbil, Sulaimaniyah e Dohuk, oltre che nella regione contesa di Kirkuk, ricca di petrolio nel sottosuolo. 

Fonti locali riferiscono che i primi risultati dovrebbero essere diffusi entro 24 ore dall’inizio del voto. Tuttavia, è già possibile ipotizzare una schiacciante vittoria dei “sì”; tutte le principali strade e piazze della regione, oltre che le case e gli edifici pubblici, sono addobbate con bandiere e stemmi del Kurdistan irakeno. 

Intanto si registrano già le contromosse dal governo centrale irakeno. Il premier al-Abadi riferisce che verranno prese tutte le “misure necessarie” per difendere l’unità nazionale. Il referendum, prosegue il leader irakeno, colpisce sia il Paese che la regione con effetti destabilizzanti, ed è “anti-costituzionale e contro la pace civile”. 

Baghdad ha quindi lanciato un invito a tutti i governi stranieri, invitandoli a “trattare solo con lui [esecutivo centrale] per questioni legate al petrolio e ai confini”. Il Kurdistan irakeno esporta ogni giorno una media di circa 600mila barili di petrolio, attraverso un oleodotto che corre attraverso la Turchia fino a Ceyhan, sul Mediterraneo. 

Fra le voci critiche vi è anche quella dei cristiani di Alqosh, una cittadina della piana di Ninive fra le poche a essere sfuggite al controllo dello Stato islamico nell’estate del 2014. Nelle scorse settimane il governo curdo ha rimosso dall’incarico il sindaco locale, sostituendolo con un esponente del Partito democratico del Kurdistan (Pdk), al potere nella regione. Una mossa che ha sollevato le proteste della comunità locale che, negli ultimi giorni, ha preso di mira pannelli e scritte che invitano a votare “Sì”. Il timore è che, scampato il pericolo Isis, la nuova minaccia “curda” possa precludere il futuro dei cristiani della piana. 

Dietro le ragioni del referendum illustrate da Barzani, quello che egli definisce il fallimento “della partnership con Baghdad” dalla caduta dell’ex dittatore Saddam Hussein, in seguito all’invasione americana del 2003. Da qui la decisione di chiamare a raccolta il suo popolo e forzare la mano attraverso il voto per l’affrancamento dal governo centrale. “Il referendum - ha concluso Barzani - non vuole definire confini o imporre un fatto compiuto. Vogliamo un dialogo con Baghdad per risolvere i nostri problemi, le trattative [per punti controversi, come Kirkuk] possono durare anche uno o due anni”.

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