08/09/2017, 10.49
IRAQ-MEDIO ORIENTE
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Il referendum del Kurdistan e i rischi per la pace in Medio oriente

di Luca Galantini

Il referendum fissato per il 25 settembre propone l’indipendenza della regione da Baghdad. Contrari le potenze maggiori e Siria, Turchia, Iran e Iraq. Il sogno di uno Stato curdo data dalla fine dell’impero ottomano. I timori di un effetto domino su tutta l’area.

Milano (AsiaNews) - Il prossimo 25 settembre il Kurdistan, regione autonoma dell’Irak con popolazione a maggioranza curda, sarà chiamato a pronunciarsi sulla propria indipendenza dal governo centrale di Baghdad.

Il leader del governo regionale del Kurdistan (Krg), Massoud Barzani vuole ottenere la piena sovranità politica ed indipendenza per un futuro Stato curdo. Ma tale volontà si scontra con una serie esplicita di “no” da parte delle diplomazie delle principali potenze internazionali e degli Stati confinanti con il territorio del Kurdistan.

Stati Uniti, Russia, Iran, Turchia, Siria: Stati, democrazie, teocrazie o regimi autoritari che in questi anni si sono trovati spesso in disaccordo o addirittura in conflitto nel definire l’assetto geopolitico del Medio Oriente, curiosamente convergono nel tentativo di impedire la realizzazione del progetto di Barzani.

Di fatto il Kurdistan, regione dell’Iraq, si amministra già in forma di ampia autonomia politica rispetto al governo centrale di Baghdad: ha le proprie istituzioni pubbliche, un esercito, costituito dai peshmerga che hanno contribuito in modo determinante alla sconfitta del terroristico sedicente Stato dell’Isis; ha una capitale, Erbil, e soprattutto governa le ricchissime risorse petrolifere che costituiscono più del 50% della intera produzione irakena, includendo la contesa città di Kirkuk che  aspira a far parte del Kurdistan.

Il referendum per l’indipendenza del Kurdistan rischia in verità di divenire la prima grave crisi politica internazionale in Medio Oriente del dopo Isis.

Il Segretario di Stato Usa Rex Tillerson ha espressamente criticato la scelta di Barzani, auspicando che il Kurdistan trovi un accordo all’interno del sistema federale di governo previsto dalla Costituzione dell’Irak del 2005.

Lo stesso Ministro degli Esteri dell’Iran Javad Zarif ha definito un errore il referendum per l’indipendenza del Kurdistan, ed con pragmatismo politico ha prospettato i rischi per la sicurezza degli Stati confinanti che deriverebbero dalla separazione della regione curda dall’Iraq.

Il fatto è che il Kurdistan rappresenta un nodo storico, politico, economico che ad oggi non è per nulla facile sciogliere.

La legittima ambizione del popolo curdo – discendente degli antichi Medi – di potersi costituire in nazione risale alla fine della Prima guerra mondiale, quando con il Trattato di Sèvres del 1920 le potenze alleate vincitrici riconobbero che il popolo curdo, fino ad allora suddito della Turchia, avrebbe potuto creare il proprio Stato in Anatolia orientale, sulle rovine dell’Impero ottomano.

Di fronte alla reazione bellicosa della Turchia nazionalista sorta sulle ceneri dell’Impero ottomano, nell’interesse di stabilire buone relazioni con il nuovo governo laico e filoccidentale di Kemal Ataturk, le potenze occidentali sottoscrissero il Trattato di Losanna, dove i territori che avrebbero dovuto costituire il Kurdistan furono spartiti tra i nuovi Stati di Turchia, Siria, Iraq ed Iran.

Il risultato è che da allora il popolo curdo, poco meno di 50 milioni di persone, è stato disperso tra questi Stati, andando a costituire minoranze più o meno numerose che ambiscono alla riunificazione nazionale.

Questo irrisolto nodo di carattere storico è alla base del problema politico contemporaneo dell’area.

Infatti l’eventuale dichiarazione di indipendenza della regione autonoma curda in Iraq potrebbe senza alcuna ombra di dubbio innescare un effetto domino, favorendo le aspirazioni all’indipendenza delle altre minoranze curde presenti in Turchia, Iran, Siria.

Purtroppo in Iraq il sistema federale o cantonale previsto dalla Costituzione del 2005 successiva alla caduta del despota Saddam Hussein, non ha dato buoni risultati: l’idea di suddividere lo Stato in tre regioni amministrative su base etnica religiosa (i curdi, gli sciiti ed i sunniti), ha rinfocolato le tensioni locali ed il governo centrale federale di Baghdad non si è mostrato in grado di armonizzare con equilibrio le spinte centrifughe alla separazione di queste regioni.

In Iran la minoranza curda di fede sunnita, composta da più di 6 milioni, dopo l’instaurazione del regime teocratico degli ayatollah nel 1979, ha condotto una serrata campagna politica per l’autonomia, scatenando una dura repressione del governo di Teheran, che ha provocato più di 10mila vittime. Il governo teocratico iraniano guarda con molto sospetto alle aspirazioni indipendentiste curde, che potrebbero creare non solo tensioni interne alla stabilità territoriale della Repubblica islamica, ma anche un nuovo ostacolo alla politica iraniana di apertura verso il Mediterraneo e la Siria attraverso il movimento di Hezbollah.

Di certo il peggior incubo lo vive la Turchia dell’autocratico presidente Recep Tayyip Erdogan, in quanto la maggior parte del territorio su cui è stanziata la popolazione di etnia curda è la Turchia: circa 250mila km e circa 15 milioni di abitanti. In Turchia il movimento indipendentista curdo ha creato la maggiore forma di opposizione politica al regime centralista di Ankara, conducendo per decenni una lotta finalizzata al riconoscimento giuridico della propria identità e della propria lingua. I regimi politici che si sono succeduti ad Ankara, compreso quello di Erdogan, caratterizzati da una fortissima impronta nazionalista ed autoritaria, non hanno mai concesso aperture al dialogo.

Le pur legittime aspirazioni del popolo curdo nel vedere riconosciuta la propria identità storica, etnica e culturale in forma di nazione si scontrano dunque con il realismo della politica estera internazionale in Medio Oriente: la nascita di uno Stato curdo potrebbe essere la causa di una nuova guerra civile in Iraq, con la spartizione del Paese tra le fazioni etniche e religiose sciite e sunnite; potrebbe indebolire ulteriormente le fragilissime istituzioni politiche della Siria, sottraendo territorio alla stessa; metterebbe in fibrillazione le province turche ed iraniane a maggioranza curda.

Le garanzie per i diritti del popolo curdo dovrebbero trovare degna ospitalità all’interno di una conferenza internazionale in grado di garantire la pacifica convivenza dei gruppi etnici e religiosi su una stessa area: l’esperienza insegna che alimentare i nazionalismi in Medio Oriente contribuisce solamente a gettare benzina sul fuoco.

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