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    » 27/07/2012, 00.00

    ITALIA – CAMBOGIA

    Giovane ed entusiasta: la Chiesa in Cambogia insegna “carità e valore” della vita

    Dario Salvi

    P. Mario Ghezzi, missionario del Pime, racconta ad AsiaNews la missione a Phnom Penh. La fede è “fragile” e va “aiutata e sostenuta”. La crisi del buddismo ha lasciato il Paese senza guide morali. La carità attraverso Cristo, via per evangelizzare. L’aiuto concreto a poveri, malati e bisognosi diventa esempio da imitare.

    Roma (AsiaNews) - Una realtà "giovane ed entusiasta", caratterizzata però da elementi che la rendono "fragile" e per questo va "aiutata e sostenuta" nella crescita. Così p. Mario Ghezzi, sacerdote italiano del Pontificio istituto missioni estere (Pime) da 12 anni in Cambogia, descrive ad AsiaNews la fede della popolazione e l'opera della Chiesa, impegnata soprattutto nel campo sociale. Evangelizzazione e carità, aggiunge, vanno "di pari passo", perché "la carità senza Cristo è impossibile". Dall'aiuto agli altri, dalla testimonianza di opere concrete, dall'attenzione ai malati e ai più deboli nascono occasioni di incontro e confronto, in particolare con i giovani, che poi si trasformano in un'esperienza di conversione che spinge molti buddisti - una religione "in crisi" - a intraprendere il catecumenato e, dopo tre anni, ricevere il battesimo. Anche se, a distanza di anni, permane la diffidenza verso chi decide di diventare cattolico, spesso additato come "traditore della patria".

    In Italia per un breve periodo di vacanza, p. Ghezzi - sacerdote di origini milanesi - ripartirà per la nazione asiatica ai primi di agosto. AsiaNews lo ha incontrato e ha raccolto il suo racconto sulla Chiesa in Cambogia, la società e i problemi della missione. "La sfida grande del cristianesimo - spiega - è di iniziare a instillare nel cuore di ognuno il valore profondo della vita, la dignità personale di ciascun individuo". A questo primo punto, si aggiungono altri due fattori chiave: "la fiducia in Dio e nel rapporto personale con Lui" e, di conseguenza, la "fiducia nei rapporti con i fratelli" e, da ultimo, "l'idea di perdono" che è "difficilissima" da far comprendere e accettare.

    La Cambogia è ancora oggi segnata dai massacri compiuti negli anni negli anni '70 dai Khmer rossi, che hanno sterminato un quarto della popolazione e generato un clima di odio e sospetto persino fra padri e figli. L'ideologia fanatica maoista perseguita da Pol Pot ha inoltre portato all'annientamento sistematico di intellettuali, studiosi e leader religiosi. Per questo il buddismo  oggi, a distanza di 30 anni, è privo di guide autorevoli, in una realtà che p. Ghezzi definisce "post bellica" senza una vera "trasmissione della fede e una formazione delle nuove generazioni", determinando al contempo la "mancanza di una guida morale per il Paese".

    La fede dei cambogiani, continua il missionario Pime, parroco in un sobborgo di Phnom Penh, è "giovane ed entusiasta", ma "fragile" perché chi incontra Cristo fatica poi a "trovare una realtà circostante che aiuti nel cammino". Soprattutto quando, lasciati i villaggi e le piccole comunità, i giovani convertiti si trovano ad affrontare la capitale. Per questo è necessario "far scattare il senso di appartenenza a una nuova comunità", perché far capire loro che "il battesimo è solo l'ingresso", l'inizio di un nuovo percorso. Del resto, aggiunge, nel mondo buddista "non esiste il concetto di comunità e la salvezza  è un obiettivo che raggiungi da solo", mentre per noi cattolici "è mediata dalla Chiesa".

    Tuttavia, il cristianesimo continua ad affascinare i cambogiani tanto che "nel 2011 nella notte di Pasqua sono state battezzate 300 persone, mentre quest'anno erano più di 200". Sono numeri "significativi", chiarisce p. Ghezzi, perché "noi chiediamo un lungo cammino di preparazione, di almeno tre anni" prima dell'ingresso vero e proprio nella comunità cristiana. Il cristiano propone l'ideale della carità e "questo elemento ha un impatto molto forte sul cambogiano". "In molti - racconta il sacerdote - cominciano a porsi delle domande sul significato dei nostri gesti verso i poveri, i malati, gli emarginati. Colpisce in particolare l'esperienza con gli ammalati: quando una persona si trova di fronte a gesti di carità gratuita, viene spontaneo chiedere quali siano le ragioni e l'origine di questa solidarietà".

    Ed è proprio attraverso la solidarietà, la carità, la gratuità che nascono occasioni di incontro e di conversione, in particolare fra i giovani. La storia di Reaksmei, giovane buddista proveniente dalle campagne,  è solo uno dei molti esempi: un ragazzo povero, cresciuto in una pagoda dove riusciva a stento a mangiare. Poi l'ingresso in un ostello e in una scuola cattolica, dove all'inizio fatica ad integrarsi. Nel tempo, racconta p. Ghezzi, incontra un gruppo di giovani vicini alla comunità di Sant'Egidio che, all'insegna dei principi di amicizia, preghiera e attenzione ai poveri, presta aiuto ai più sfortunati e agli emarginati nella capitale. Seguendo il loro esempio - perché il cambogiano "non fa domande, ma guarda all'esperienza" sottolinea il sacerdote - ha raccolto un gruppo di ragazzi e "ha tentato di fare la stessa cosa, creando piccoli manufatti da vendere e, col ricavato, acquistare cibo o beni di prima necessità per i poveri". Oggi Reaksmei segue il cammino di catecumenato e vuole essere battezzato: "non so se andrà a fondo nel cammino - conclude il missionario  - ma certo lascerà la parrocchia con uno sguardo diverso sulla realtà e sulla vita".

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