11/08/2011, 00.00
COREA DEL SUD – MYANMAR

Gli immigrati birmani, speranza per il futuro della Corea

Alice Hyuna Park
Dal Myanmar, la strada dell’immigrazione in Corea aumenta di anno in anno. I birmani vedono nel Paese dell’Estremo Oriente un sogno che si realizza, perché da una dittatura militare è divenuto un Paese democratico e in piena espansione economica. Ma il governo di Seoul deve accoglierli come figli (di cui ha anche bisogno) e combattere le violazioni ai loro diritti e il razzismo della popolazione. Per il bene di tutti.
Seoul (AsiaNews) - Per le migliaia di lavoratori birmani che hanno scelto di lasciare la propria casa per cercare un lavoro lontano dai confini del Myanmar, la Corea del Sud è una delle destinazioni più popolari: un simbolo di speranza per il loro futuro. La transizione pacifica della Corea dalla dittatura militare alla democrazia, insieme a un boom economico senza precedenti, li convince che la Corea è la meta più felice per l'accoglienza. D’altra parte, i due Paesi potrebbero condividere una storia recente molto simile.

Quando questi lavoratori sono entrati in Corea, tuttavia, si sono scontrati con una forte discriminazione da parte della popolazione coreana e con un atteggiamento scorretto dei loro datori di lavoro, che sono arrivati a compiere abusi contro i loro diritti umani. A differenza dei loro colleghi provenienti da altre nazioni del Sud-Est asiatico, i lavoratori birmani hanno dovuto scegliere fra rimanere in Corea (sottoposti a condizioni di lavoro estremamente sfavorevoli) o ritornare alla dittatura militare e all’altissima disoccupazione del Myanmar.

Moltissimi di loro hanno deciso di rimanere e hanno chiesto asilo politico, iniziando nel frattempo a collaborare in maniera attiva al lavoro di gruppi pro-democrazia come il Democratic Voice of Burma e il Burma Action Korea. Questo si spiega col fatto che il governo coreano – storicamente poco attento alla questione degli immigrati – garantisce molto più facilmente l’asilo politico che la cittadinanza per motivi di lavoro. I richiedenti birmani vantano un tasso di approvazione dei permessi pari al 42 %, molto più della media che si aggira intorno al 10 %.

Allo stesso tempo i lavoratori birmani hanno iniziato a impegnarsi per ottenere migliori condizioni lavorative e più diritti per gli operai stranieri, soprattutto attraverso gruppi per i diritti dei lavoratori come il Migrant Workers’ Television (MwTv). Anche se moltissimi leader del Sindacato degli immigrati sono stati deportati, per i birmani la situazione è stata migliore: dato che hanno ottenuto l’asilo politico hanno potuto mantenere la loro leadership nel campo sindacale. Tuttavia, rimangono ancora centinaia di birmani che restano nel Paese in maniera illegale a causa delle restrittive leggi per l’impiego applicate dai coreani.

I lavoratori birmani rappresentano meno del 2 % degli attuali 239.179 operai stranieri che al momento hanno un lavoro legale ma non professionistico. All’inizio di giugno i birmani erano quattromila: tutti sotto il Sistema per il permesso all’impiego (Eps), la metà ha il ruolo di interni o di apprendisti (e sono quindi meno pagati e sottoposti a delle condizioni di lavoro molto instabili). Quest’anno, però, i primi operai birmani arrivati in Corea sotto l’Eps finiranno il loro terzo e ultimo anno di permesso: secondo la MwTv, però, circa il 40 % di loro rimarrà qui anche senza permessi.

Prima che venisse istituito l’Eps, l’unico modo per i lavoratori birmani di entrare in maniera legale in Corea del Sud era quello di usare dei trafficanti locali. Ma questi erano praticamente sempre affiliati al governo birmano, e chiedevano compensi astronomici. Altri lavoratori decidevano invece di rinunciare al visto, lavorando come illegali. In teoria, l’Eps ha permesso un sistema più democratico: a chi passa il test Klt (quello sulla lingua coreana) è permesso lavorare nel Paese.

Il sito internet del ministero dell’Occupazione e del Lavoro ha annunciato in maniera orgogliosa che l’Eps per i lavoratori stranieri è arrivato al primo posto nel Premio per i Servizi pubblici delle Nazioni Unite “in riconoscimento per il sistema di reclutamento più onesto, trasparente e vicino alla causa dei migranti”. E il sistema, iniziato nel 2007/2008 anche per i birmani, è davvero un modello di successo per quanto riguarda il modo di reclutare lavoratori; ma manca di finezza per quanto riguarda le condizioni di lavoro e i contratti.

Secondo il ministero, la rapida crescita nella richiesta di lavoratori stranieri da parte delle piccole e medie imprese – insieme alla fine del primo ciclo dell’Eps – ha creato anche un aumento dei residenti illegali, che dal 24 % del 2010 sono passati al 31 % dello scorso aprile. Mentre si loda il sistema – soprattutto i datori di lavoro coreani, che hanno accesso a un grande bacino di operai che parlano la loro lingua – si sentono anche delle critiche. E queste vengono proprio dai lavoratori, il nucleo del programma che tuttavia sono molto poco ascoltati se parlano dei loro diritti.

L’invecchiamento della popolazione coreana rende sempre più evidente che il lavoro straniero è una necessità, per il futuro del Paese. Revisionando le leggi sull’immigrazione e stabilendo un nuovo Ufficio per l’immigrazione più concentrato, il governo sta facendo un passo avanti per migliorare e rendere più ampio l’Eps. Qualche settimana fa è nato ad Ansan, nella parte sud di Seoul, un Ufficio di sostegno agli immigrati che fornisce informazioni in 10 lingue diverse. E il governo ha allargato i tempi per richiedere il permesso di soggiorno.

Insomma, ora che l’Eps ha superato la fase iniziale deve continuare sulla strada di nuove politiche di reclutamento, che permettano l’aumento dei lavoratori stranieri possibilmente includendo lo status di residenza permanente. Così come la legalizzazione dei sindacati degli stranieri. Soltanto aprendo un vero dialogo e aiutando la collaborazione fra datori di lavoro e operai immigrati la Corea del Sud può divenire veramente il sogno di migliaia di immigrati.

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