15/05/2012, 00.00
PAKISTAN
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Gojra: leader musulmani scagionano giovane cristiano da false accuse di blasfemia

di Shafique Khokhar
Alla base della denuncia un diverbio fra Muhammad Boota e Asif Masih. La testimonianza di alcuni proprietari terrieri e di diversi abitanti hanno portato alla sua liberazione. Decisiva la parola di Chaudhary Khalid Cheema, che bolla come “ripugnante” l’accusa verso il ragazzo. Attivista cristiano elogia il comportamento di polizia e autorità.

Gojra (AsiaNews) - La collaborazione fra cristiani e musulmani, il desiderio di verità e la ferma volontà di scongiurare tensioni interconfessionali hanno portato alla risoluzione di una controversia, che rischiava di sfociare in un'accusa di blasfemia - punita con la pena di morte o il carcere a vita in Pakistan - a carico di un giovane cristiano. Per i leader della minoranza religiosa è un fatto significativo, che testimonia l'importanza del dialogo, dell'armonia fra fedeli delle due religioni e l'importanza di punire gli abusi che vengono perpetrati in base alla "legge nera". Dai vertici del movimento cattolico di Giustizia e Pace arriva inoltre la richiesta di un perdono finale a carico dell'uomo che ha lanciato false accuse: un gesto, spiega Peter Jacob, che "avvicinerebbe ancor più le due comunità".

La vicenda è iniziata il 7 maggio scorso: Muhammad Boota, 55 anni, con la complicità di Muhammad Shabbir ha accusato ingiustamente di blasfemia il 24enne cristiano Asif Masih, figlio di Gulzar Masih, originari di Kathore, villaggio nei pressi di Gojra, cittadina del distretto di Toba Tek Singh (Punjab) teatro di un attacco contro la minoranza religiosa nel 2009 che ha portato alla morte di diverse persone (cfr. AsiaNews 02/08/2009 Otto cristiani arsi vivi nel Punjab). La coppia di uomini ha denunciato il giovane, perché avrebbe ingiuriato il nome del profeta Maometto. La polizia è subito intervenuta, fermato Asif Masih per il reato di blasfemia.

In realtà, pare che dietro la denuncia vi sia un diverbio fra Asif e Muhammad. Il ragazzo la sera del 7 era a cena con il figlio di Boota - il 17enne Bilawal Akhter - del quale è amico; il padre ha chiamato tre volte il giovane cristiano, dicendogli di ordinare al figlio di fare rientro a casa. Il rifiuto opposto da Asif ha fatto scattare la reazione dell'uomo, che in un primo momento ha fatto irruzione nella casa assieme ad altre sette persone, malmenando con forza il ragazzo e suo padre. Dopo aver fomentato gli animi di un gruppo di musulmani, egli ha quindi sporto la denuncia e chiesto l'intervento delle forze dell'ordine che hanno arrestato il presunto blasfemo.

Tuttavia, l'intervento di un ricco proprietario terriero musulmano della zona, il 55enne Chaudhary Khalid Cheema, ha aperto un varco nella difesa del giovane. Difatti, l'intera comunità - in maggioranza di fede islamica - ha preso le difese di Asif e testimoniato la sua innocenza davanti ai giudici, durante il processo che si è tenuto il 9 maggio. Nel dibattimento è emerso che Muhammad Boota ha distorto la verità e lanciato false accuse, minando il clima di armonia e collaborazione fra comunità. Il 14 maggio il giovane è stato rilasciato per mancanza di prove.

Interpellato da AsiaNews p. Yaqub Yousaf, parroco a Gojra, sottolinea che "gli abusi alla legge sulla blasfemia hanno causato diversi incidenti" nella zona, ma questa vicenda "mi ha toccato per la sollecitudine dei proprietari terrieri musulmani, l'intera comunità musulmana e l'amministrazione locale". Meritano un plauso, aggiunge il sacerdote, che esprime la "gratitudine" dei cristiani per il felice esito.

Chaudhary Khalid Cheema, artefice del felice esito del procedimento grazie alla propria testimonianza, spiega ad AsiaNews che "pur essendo musulmani, non vi è ragione per difendere Muhammad Boota perché il suo comportamento verso Asif Masih è ripugnante". Egli aggiunge che il giovane cristiano "è innocente senza ombra di dubbio": "Proviamo ancora vergogna per i fatti di Korean e Gojra del 2009 - commenta - perché nessuno ha avviato al tempo un'indagine imparziale [...] Ci battiamo a fianco dei cristiani nella lotta per i loro diritti, e vigliamo vivere in pace secondo il criterio di uguali diritti e dignità".

Peter Jacob, segretario esecutivo della Commissione nazionale di Giustizia e Pace della Chiesa cattolica pakistana, sottolinea che la vicenda è "una pietra miliare" che varrà nel futuro per la risoluzione di dispute a livello locale. Questo sforzo di collaborazione interconfessionale "ha superato anche le leggi" e ha saputo garantire "il mantenimento della pace sociale e della coesistenza". Egli si dice meravigliato in positivo "per il comportamento della polizia e della pubblica amministrazione", a testimonianza di un cambio di mentalità. E aggiunge infine di perdonare Muhammad Boota e Muhammad Shabbir, autori della calunnia, in un gesto che "avvicinerebbe ancor più le due comunità".

 

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