02/03/2018, 11.49
ISRAELE - PALESTINA
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I ‘pastori della Chiesa’ visitano Gaza per il futuro del piccolo ‘gregge’

di Maddalena Tomassini

Circa 30 vescovi hanno visitato Gaza negli ultimi due mesi. L’incontro con i giovani, che vanno via perché “non vedono un futuro”. La situazione è la “peggiore” degli ultimi anni: niente lavoro, acqua, elettricità.

Gerusalemme (AsiaNews) – “I pastori della Chiesa cercano e trovano il tempo per visitare il gregge” a Gaza, dove una grave crisi umanitaria affligge l’intera popolazione di quasi 2 milioni di persone. Per la piccola comunità cristiana la visita dei leader cristiani è “una grande grazia”, e “una buona speranza” che l’impegno della Chiesa li aiuti a restare a Gaza, creando posti di lavoro. Lo racconta ad AsiaNews p. Mario Da Silva, da sei anni parroco della Striscia.

Per p. Da Silva, la situazione attuale è “forse la peggiore” che ha vissuto in sei anni di servizio. “L’elettricità ormai è ridotta a sole tre ore al giorno. Era già difficile prima, quando erano otto, ora è anche peggio. Non c'è acqua, che a volte non arriva, e quando arriva, non sempre c’è l’energia elettrica necessaria per spingerla nel serbatoio”, racconta il parroco. Un altro grave problema è la mancanza di lavoro e gli stipendi che non arrivano: “L’Autorità palestinese ha mandato in pensione circa 20mila dipendenti...il lavoro era un problema già prima, con circa il 45% della popolazione disoccupata”.

Inoltre, Gaza resta “una grande prigione” in cui “non entra niente”: “Sono stato l’altro giorno al passo di Rafah, dove mi hanno detto che passano pochissimi camion con medicine, cibo o merce, cose di cui abbiamo bisogno per vivere. I passaggi di frontiera sono tutti chiusi. A Erez non si può passare, e quello dell'Egitto apre una volta ogni due mesi per tre giorni”. A fine febbraio “dovevano aprire per quattro giorni, e hanno aperto un giorno. Ci sono 30mila persone che vogliono uscire, ma saranno passate forse 400 persone”.

Una sofferenza alla quale i pastori della Chiesa” non sono indifferenti. Negli ultimi due mesi, una trentina di vescovi da “tutto il mondo” – “dai Paesi africani, Francia, Inghilterra, Stati Uniti…” – si sono recati in visita alla Striscia di Gaza, per vedere con i loro occhi la situazione e riportarla alle rispettive conferenze episcopali. La settimana scorsa è giunto a Gaza il nuovo delegato apostolico di Gerusalemme, mons. Leopoldo Girelli, ed è prevista anche la visita del patriarca emerito Michel Sabbah. Dopo la messa della domenica, i leader religiosi fanno una riunione con i parrocchiani, che raccontano loro le sofferenze di tutti i giorni. Il nunzio si è anche recato a fare visita alle famiglie cristiane e musulmane dei 45 bambini disabili di cui le suore di Madre Teresa si occupano. “Un lavoro bellissimo”, racconta p. Da Silva, “per delle famiglie molto povere”.

Il primo gruppo di 15 vescovi è arrivato a Gaza l'11 gennaio. “Abbiamo fatto con loro una bellissima riunione con i giovani. Questi giovani che ci stanno lasciando, che cercano un futuro migliore via da Gaza. Hanno parlato dei loro problemi, del motivo per cui partono”.

Lo stesso si è ripetuto con la visita di una decina di vescovi degli Stati Uniti, il 24 gennaio.

“La conclusione a cui sono arrivati è che i giovani partono perché qui non vedono un futuro, perché non hanno un lavoro fisso. Molti di loro ingegneri, avvocati, contabili, medici, farmacisti. Ma non trovano lavoro qui. Se non c'è futuro, se Gaza non può offrire niente per loro, vanno via”. Per questo, i prelati e le istituzioni che li hanno accompagnati si sono impegnati ad avviare progetti per creare lavoro: “Per noi è una buona speranza.  È un po’ il lavoro della Chiesa che attraverso istituti come il patriarcato, il Pontifical Mission, cercano di dare lavoro, principalmente ai giovani. Sono già 25 quelli che lavorano pagati dalla Chiesa in istituti cristiani, come la Chiesa cattolica e la Chiesa ortodossa, l'ospedale cristiano, le scuole del Patriarcato latino”.

Ma i timori che la comunità cristiana svanisca sono vivi: “Sono molto preoccupato, perché i numeri ci dicono una situazione catastrofica. Nel 2005 la comunità cristiana qui era di 3mila -3.500, secondo alcuni addirittura 4mila, oggi parliamo di 1.000 cristiani, compresi cattolici e ortodossi. In una decina d’anni sono andati via 3mila cristiani”.

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