Nuovo Codice penale a Jakarta. Ma per la società civile è un passo indietro
Dopo decenni di dibattiti è entrata in vigore la riforma del sistema penale che sostituisce le norme di epoca coloniale olandese. Il governo parla di una giustizia “più umana e moderna”, con misure alternative al carcere. Organizzazioni per i diritti umani e giuristi, però, denunciano provvedimenti antidemocratici come la criminalizzazione dell’insulto al presidente e l’ampliamento dei poteri di polizia.
Jakarta (AsiaNews) – È entrata ufficialmente in vigore la riforma più ampia e controversa del sistema penale indonesiano dai tempi dell’indipendenza. Da venerdì scorso le norme coloniali olandesi sono state sostituite da un nuovo Codice penale e un Codice di procedura, che, secondo il governo, danno inizio a una fase “più umana e moderna” dell’amministrazione della giustizia. Ma per le organizzazioni per i diritti umani e alcuni giuristi si tratta in realtà di un passo indietro in termini di espressione democratica, a cuasa di leggi che rischiano di restringere ulteriormente gli spazi di dissenso.
Il dibattito pubblico sulla revisione del Codice penale risale in realtà a oltre sessant’anni fa, mentre per l’aggiornamento del Codice di procedura penale (KUHAP) ci sono voluti 45 anni, ottenendo l’approvazione definitiva a novembre 2025.
Per il ministro coordinatore per gli Affari legali, i diritti umani, l’immigrazione e le carceri, Yusril Ihza Mahendra, l’entrata in vigore dei nuovi codici rappresenta “un momento storico” importante in cui sono state sostituite norme “repressive, eccessivamente incentrate sulla detenzione e poco attente alla giustizia riparativa e alla tutela dei diritti umani”. Il governo ha rivendicato l’introduzione di misure alternative al carcere, come il lavoro socialmente utile e la riabilitazione medica per i consumatori di droghe, pensate anche per ridurre il sovraffollamento delle prigioni. Secondo Yusril, il nuovo codice “mantiene un equilibrio tra la tutela della libertà di espressione e l’interesse pubblico, garantendo al tempo stesso pene proporzionate”.
La società civile è però scettica. La Coalizione per la riforma del Codice di procedura penale, che riunisce associazioni e gruppi per i diritti umani, ha denunciato la permanenza di articoli “antidemocratici” che “erodono il principio dello Stato di diritto”. In particolare, la coalizione sostiene che il nuovo Codice penale “abbassa la soglia della criminalizzazione dei cittadini, minacciando direttamente le libertà civili”, mentre il KUHAP “amplia i poteri delle forze dell’ordine, in particolare della polizia, senza un adeguato controllo giudiziario”.
Tra i punti più contestati c’è la reintroduzione del reato di insulto al presidente, al vicepresidente e alle istituzioni statali, norme che la Corte costituzionale aveva annullato nel 2006. In base alle nuove disposizioni, offendere il presidente o altri funzionari può comportare fino a quattro anni e mezzo di carcere se il messaggio viene diffuso in forma fisica o digitale e provoca disordini pubblici. “Nel diritto internazionale dei diritti umani le sanzioni per l’insulto al presidente sono giustificabili solo se l’offesa colpisce un’etnia, una religione, una razza o un gruppo specifico. Le istituzioni statali non sono individui con una dignità personale: sono strutture, non persone”, ha spiegato al South China Morning Post Daniel Winarta, avvocato del Jakarta Legal Aid Institute
Altre disposizioni hanno sollevato forti critiche sul piano della vita privata. Il nuovo Codice penale punisce i rapporti sessuali fuori dal matrimonio con pene fino a un anno di carcere e la convivenza tra persone non sposate con una pena massima di sei mesi. Secondo Winarta, si tratta di norme “pericolose”, perché “lo Stato non dovrebbe intervenire nelle questioni personali dei cittadini”.
Sul piano procedurale, le preoccupazioni riguardano soprattutto l’indebolimento delle garanzie contro gli arresti arbitrari. La riforma del KUHAP non prevede più l’obbligo di presentare rapidamente l’arrestato davanti a un giudice e consente che il mandato di detenzione venga emesso dalla stessa procura. I tempi massimi di detenzione preventiva possono arrivare fino a 60 giorni in alcuni casi, ben oltre le 48 ore previste dagli standard internazionali. “Non esiste un’autorità giudiziaria indipendente che verifichi la necessità dell’arresto”, ha denunciato la coalizione, sottolineando che in molti Paesi il controllo giudiziario è un elemento centrale per limitare gli abusi delle forze dell’ordine.
Anche le libertà politiche sono a rischio: il nuovo Codice penale criminalizza le proteste senza preavviso, la diffusione di informazioni considerate false e la propaganda del comunismo e di ideologie ritenute incompatibili con la dottrina di Stato del Pancasila, fatta eccezione per i contesti accademici. Il ministro della Giustizia, Supratman Andi Agtas, ha respinto le accuse di scarsa trasparenza, affermando che il governo ha coinvolto università e organizzazioni della società civile in una consultazione “significativa”. Yusril ha aggiunto che l’attuazione delle nuove norme “è solo l’inizio di una valutazione continua” e che l’esecutivo resta “aperto a contributi”.
23/01/2023 10:46




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