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    » 09/02/2016, 14.57

    VATICANO-CINA

    I Missionari della Misericordia e i vescovi illeciti in Cina

    Bernardo Cervellera

    Il mandato dei Missionari della Misericordia riguarda anche la Cina, con la possibilità di reintegrare vescovi scomunicati. Ma è difficile l’attuazione. Sarebbe necessaria una proclamazione pubblica, che l’Associazione patriottica accuserebbe di “ingerenza del Vaticano negli affari interni della Cina”. La “sinicizzazione” e i rischi di dividere ancora di più la Chiesa.

    Città del Vaticano (AsiaNews) - I “Missionari della Misericordia” che papa Francesco invierà al mondo per essere "segno vivo di come il Padre accoglie quanti sono in ricerca del suo perdono", potranno andare anche in Cina. E magari assolvere e legittimare vescovi illeciti finora scomunicati. Ma sarà proprio possibile?

    Lanciando l’idea dei “Missionari della Misericordia” il pontefice ha subito detto che ad essi avrebbe consegnato il mandato di perdonare peccati di solito “riservati alla Santa Sede”. Fra questi vi è il peccato di consacrare “senza mandato pontificio un altro vescovo” (canone 1382).

    La possibilità di ricostruire un ponte di riconciliazione con vescovi scomunicati potrebbe riguardare alcuni vescovi lefebvriani, come pure alcuni vescovi cinesi che in questi anni sono stati eletti senza mandato papale o hanno partecipato di propria volontà a ordinazioni episcopali illecite.

    Fra questi vi sono: Ma Yinglin, vescovo di Kunming (Yunnan), presidente del Consiglio dei vescovi cinesi (cosiddetta Conferenza espiscopale) ordinato il 30 aprile 2006; Liu Xinhong, vescovo di Wuhu (Anhui), ordinato il 3 maggio 2006; Guo Jincai, vescovo di Chengde (Hebei), ordinato il 20 novembre 2010; Giuseppe Huang Bingzhang, vescovo di Shantou (Guangdong), ordinato il 14 luglio 2011; Lei Shiyin, vescovo di Leshan (Sichuan), ordinato il 29 giugno 2011; Giuseppe Yue Fusheng di Harbin (Heilongjiang), ordinato il 6 luglio 2012; Zhan Silu vescovo di Mindong (Fujian), ordinato nel 2000, installato il 14 maggio 2006.

    Secondo alcune fonti, i vescovi illeciti sarebbero otto.

    Subito dopo l’annuncio del papa, osservatori del mondo cinese e cristiano hanno cominciato a pensare alla possibilità di sanare queste situazioni attraverso i Missionari della Misericordia.

    Finora la Santa Sede, per il reintegro di questi vescovi scomunicati, richiedeva che il vescovo scrivesse una lettera al papa in cui spiegava la sua situazione, ammettesse – se vi era – la sua responsabilità personale e domandasse perdono.

    Questo stile molto semplice è stato utilizzato soprattutto per quei vescovi che hanno (talvolta costretti dalla polizia) partecipato a ordinazioni illecite. Naturalmente, il perdono veniva dato anche nella misura in cui il vescovo prometteva di “fuggire le occasioni prossime del peccato”, ossia non partecipava più ad altre ordinazioni illecite. Per alcuni pastori, la cosa si è conclusa. Altri, pur reintegrati, sono divenuti recidivi, partecipando a varie ordinazioni episcopali illecite.

    Dopo il perdono ricevuto da Roma, la Santa Sede domanda ai vescovi di compiere un gesto pubblico, chiedendo perdono davanti ai loro fedeli, per sanare lo scandalo che essi hanno procurato alla fede dei semplici.

    Più difficile è il reintegro di quei vescovi che hanno accettato di essere ordinati senza mandato papale. Alcuni – specie fra quelli ordinati nel 2000 – erano stati raggirati dall’Associazione patriottica, che li aveva tenuti all’oscuro e isolati; altri, negli anni seguenti, hanno scelto in modo cosciente di essere ordinati senza mandato papale, immaginando di poter “sanare” la situazione in seguito. Parlando di alcuni di loro Benedetto XVI usò il termine “fratelli opportunisti”, che preferiscono gli agi e le coccole del Partito (auto blu, episcopio nuovo, denaro, guardie del corpo,…) alla verità della fede e all’unità. Per questi la Santa Sede prende tempo e anche se hanno consegnato una lettera chiedendo la riconciliazione, aspetta di vedere il loro comportamento pastorale.

    Intanto fedeli, seminaristi, sacerdoti evitano in tutti i modi di partecipare alle liturgie presiedute dai vescovi scomunicati. Talvolta però essi vengono obbligati dall’Associazione patriottica; i seminaristi minacciati di essere espulsi dal seminario; i sacerdoti minacciati di essere ridotti in povertà.

    Ora, con i Missionari della Misericordia forse si potrà trovare una via più facile e diretta. Ma per diversi cattolici cinesi il tutto sembra improbabile o molto difficile.

    Anzitutto, siccome i Missionari hanno potestà universale, potrebbe capitare che uno di loro, che non sa il cinese, che non conosce la situazione, possa andare in Cina e incontrando uno di questi vescovi, lo assolve senza conoscere nemmeno il peso del gesto compiuto.

    Vero è che vi sono alcuni Missionari della Misericordia dalla Cina, i cui nomi per ora non sono pubblici. Ma anche con loro cosa potrebbe succedere? Certo è possibile che un vescovo venga perdonato e gli venga tolta la scomunica, ma dopo ciò rimane difficile per lui inserirsi nella vita della diocesi senza una proclamazione pubblica ai fedeli dell’avvenuta riconciliazione. Ma questo sarebbe possibile? Un gesto simile non sarebbe visto dall’Associazione patriottica – che continua a voler costruire una Chiesa “indipendente” dal papa – come “un’intromissione del Vaticano negli affari interni della Cina”?

    Alcuni sacerdoti cinesi fanno notare che dopo la riconciliazione, il “penitente deve mostrare il suo pentimento con un cambiamento di vita”, “fuggendo le occasioni prossime del peccato”. Ma tali “occasioni prossime” sono la stessa appartenenza all’Associazione patriottica, che pur permettendo azioni di culto, gestisce l’organizzazione della Chiesa e delle diocesi secondo i suoi scopi.

    Nella sua Lettera ai cattolici cinesi Benedetto XVI aveva bollato l’Associazione patriottica come “inconciliabile con la dottrina cattolica” e papa Francesco, con tutto il suo affetto per la Cina, ha dichiarato che quella Lettera rimane “fondamentale e attuale per il problema cinese” e che “è ancora valida oggi”.

    Purtroppo, in Cina e fuori della Cina, si pensa ormai che appartenere all’Associazione patriottica è uno scotto da pagare, una “sinicizzazione” obbligata della fede “straniera”.

    A molti cattolici cinesi, ufficiali e sotterranei, questa “sinicizzazione” fa problema. Essi dicono: “Se il compito di un vescovo è confermare la fede dei fedeli e mantenere l’unità della Chiesa, queste scelte creano soltanto confusione e divisione”.

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