11/03/2016, 11.57
GIAPPONE
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Il Giappone si ferma per ricordare lo tsunami che ha devastato il Paese

Cinque anni dopo, i problemi sono ancora tanti. Almeno 174mila persone sono ancora evacuate, mentre l’economia agricola e ittica dell’area di Fukushima sembra destinata a non riprendersi nonostante l’ottimismo del governo. “Almeno 30 anni”, se non 40, per riparare i danni ai reattori della zona. E la popolazione non vuole tornare a casa.

Tokyo (AsiaNews) – Alle 14.46 di oggi, ora locale, i circa 120 milioni di abitanti del Giappone si sono fermati per un minuto. Spente le televisioni, mute le radio, ferme persino le contrattazioni in Borsa. L’unica presenza accettata, quella della coppia imperiale che alla fine del minuto si è inchinata davanti alle telecamere e quindi al Paese. Tutto per ricordare il quinto anniversario del terremoto/tsunami che ha devastato il Sol Levante. Nella regione costiera del Tohoku morirono 19.304 persone; altre 2.561 sono ancora considerate in via ufficiale “scomparse”.

Nel giorno dell’anniversario, oltre 174mila persone hanno ancora lo status di evacuati e vivono lontano dalle loro case. Di queste, 43mila provengono da Fukushima: sono fuggite per evitare le conseguenze delle perdite nucleari subite dal reattore n°1 gestito dalla Tokyo Electric Power Co. (Tepco). Anche se gli scienziati affermano che la situazione è oggi del tutto sostenibile nell’area, la popolazione stenta a fidarsi e preferisce evitare i prodotti che provengono da lì.

Nel suo discorso, pronunciato durante una cerimonia solenne presente anche il premier Shinzo Abe, l’imperatore Akihito ha riconosciuto le problematiche ancora non affrontate: “Ritengo molto importante che il cuore di tutti noi sia ancora oggi accanto al cuore di coloro che sono stati colpiti dal dramma. Ogni singola persona in difficoltà, senza alcuna eccezione, deve essere in grado di tornare il prima possibile alla vita che conduceva prima”.

Il governo ritiene però che il lavoro di ristrutturazione e ripresa sia “in larga parte concluso”. Secondo l’esecutivo, che ieri ha pubblicato un “libro bianco” sulla situazione dell’area di Fukushima, i residenti hanno concluso la ricostruzione di circa 130mila case; inoltre, altre 9mila strutture sono state edificate per permettere ai residenti delle zone costiere di vivere più all’interno ed evitare futuri tsunami. Infine, altre 17mila unità abitative pubbliche sono state messe a disposizione.

Il premier Shinzo Abe ha dichiarato alla stampa che “più del 70% delle aree agricole colpite dal disastro sono ora in grado di accogliere nuove piantagioni, mentre più del 90% del mercato ittico è tornato in attività”. Tuttavia, la popolazione non sembra intenzionata a fidarsi: secondo i dati dell’Agenzia ittica, infatti, soltanto il 48% delle aziende collegate alla pesca ha visto una leggera ripresa dei guadagni. Il resto “lavora ma senza ricavarne nulla”.

Il problema principale rimane la paura delle fuoriuscite nucleari nel mare davanti alla costa di Fukushima. La stessa Tepco – che nei primi giorni dopo la tragedia aveva cercato di nascondere la reale entità del danno ai suoi reattori – ha annunciato che ci vorranno “30 o 40 anni” prima di poter dichiarare “risolta” la situazione della struttura numero 1.

La sfida più grande riguarda la rimozione del combustibile che si è fuso all’interno dei tre reattori attivi nel marzo del 2011. A distanza di cinque anni non è ancora nota la gravità dei danni perché i recipienti sono inavvicinabili a causa delle radiazioni. L’utilizzo di droni automatici di vario tipo per ispezionare l’area per ora non ha portato a risultati soddisfacenti e non è chiaro nemmeno quanto tempo sarà necessario per risolvere il problema.

Le principali preoccupazioni riguardano il reattore 1, il più difficile da raffreddare: è probabile che il grande calore sviluppato al suo interno abbia danneggiato il sistema di contenimento, permettendo al combustibile nucleare fuso (“corium”) di raggiungere la spessa piattaforma di cemento su cui era stato installato il reattore. Per i reattori 2 e 3 la situazione dovrebbe essere meno grave, ma anche in questo caso ci sono incognite sulle loro condizioni. In ogni caso, il 60% dei residenti ha dichiarato che “non tornerà mai” nei pressi del reattore.

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