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  • » 02/09/2013, 00.00

    ITALIA – VATICANO

    Il cardinal Martini santo, ma non subito

    Piero Gheddo

    A un anno dalla scomparsa dell’ex arcivescovo di Milano, colpisce che nessuno abbia invocato su di lui la “fama di santità” necessaria per iniziare una causa di beatificazione. Non è facile capire il perché, ma può essere utile ripercorrere una vita vissuta da vero cristiano. Più passa il tempo, più il card. Martini sarà compreso e apprezzato per l’atteggiamento che aveva, autenticamente missionario, di fronte ai non credenti o comunque ai “lontani” da Cristo e dalla Chiesa.

    Milano (AsiaNews) - Fra le troppe notizie negative di questa lunga estate, una positiva mi allarga il cuore. Il 31 agosto ricorre il primo anniversario della morte del card. Carlo Maria Martini. L'anno scorso avevo scritto tre articoli sui miei rapporti con lui, ma l'ultimo non l'ho pubblicato subito. La buona notizia è che la tomba dell'Arcivescovo nel Duomo di Milano continua ad essere frequentata da molti devoti che vi accendono candele e lumini, si fermano in preghiera. Questo articolo interpreta una "fama di santità" popolare che continua dal giorno della sua morte.

    La morte del card. Carlo Maria Martini (31 agosto 2012) ha suscitato commozione, devozione, lunghe file per visitare la sua "camera ardente" e per la Santa Messa di suffragio nel Duomo di Milano, i mass media anche internazionali hanno pubblicato pagine per ricordarlo. Nessuno però ha detto che era un santo, cioè non si è notata quella diffusa "fama di santità" nel popolo di Dio, che è uno dei segni per iniziare una Causa di beatificazione.

    Non è facile capire perché. Non era davvero un santo? Ma questo lo giudica solo Dio. La fama di santità nasce certamente dalla vita santa del possibile "servo di Dio", ma anche dall'immagine che egli dà di sé non solo ai vicini, ma al popolo di Dio e in genere all'opinione pubblica e ai mass media, che leggono poi tutto sulla base di preconcetti e di visioni anche parziali dei fatti. Chi ha avuto occasione di accostare il cardinal Martini e seguirlo da vicino nella giornata di lavoro (com'è successo a me una volta al mese per sei anni, nel Consiglio pastorale diocesano), ha sempre ammirato la sua serenità di spirito, il riferimento continuo alla Parola di Dio, la sua Santa Messa e la preghiera, lo spirito di sacrificio, la capacità di avere uno sguardo paterno e misericordioso sul prossimo e di soffrire con pazienza anche le delusioni più scottanti. Ricordo quando a metà anni ottanta lamentava che il Rosario e la devozione popolare alla Madonna erano contestati proprio da gruppi di credenti.

    La stoffa del santo c'era. Ma per capire l'uomo e il prete-vescovo Martini va anche tenuto conto del suo spirito missionario, che lo portava come mentalità di fondo verso i lontani, in due direzioni prioritarie non sempre condivise. Per annunziare Cristo in modo credibile il card. Martini riteneva che la Chiesa (cioè tutto il popolo di Dio) deve convertirsi al Vangelo in due sensi: da un lato avvicinarsi e accogliere i lontani, i diversi, non  giudicarli, capire le loro ragioni, non polemizzare, amarli come fratelli ed esporre la fede in Cristo nello spirito del Vangelo: la fede è un dono di Dio, lo Spirito soffia dove vuole, anche nei lontani e nei non credenti ci sono semi di Vangelo, noi non siamo migliori degli altri. Insomma, la Chiesa deve sempre convertirsi a Cristo, come dice spesso Papa Benedetto, ma quando lo diceva Martini suscitava opposizioni e antipatie nel gregge al sicuro nell'ovile di Cristo, proprio per quell'inquadratura a volte negativa della sua personalità.

    Dall'altro lato, il  card. Martini pensava che "la Chiesa è rimasta indietro 200 anni", come ha detto lui stesso nella sua ultima intervista. E questo non per colpa delle curie o dei preti, ma perché la fede nel nostro Occidente vacilla in molti, la frequenza alla Santa Messa domenicale diminuisce e la tentazione è di conservazione, di chiuderci in difesa dell'ovile minacciato da ladri e da lupi rapaci; Martini pensava che questi segnali fossero invece "segni dei tempi" che ci invitano ad una vita più evangelica.

    È vero però che non pochi fedeli rimanevano a volte scandalizzati da certe sue uscite (specie negli ultimi anni) che sembravano disobbedienza alla Chiesa e acquiescienza al mondo. Ed è anche vero che il nostro caro arcivescovo era spesso strumentalizzato da chi non amava e non ama la Chiesa! Anche a me quelle esaltazioni improprie davano fastidio e lo davano certo anche a lui e nel Consiglio Pastorale tutte le volte che faceva un intervento importante citava sempre Giovanni Paolo II e tutti lo notavano: "Vediamo se questa volta cita ancora il Papa!", si diceva.

    Com'è complesso l'uomo! Ciascuno di noi è una persona unica, irripetibile, incomprensibile dall'esterno. Solo Dio giudica perché vede nel profondo le nostre intenzioni.

    I non credenti ammiravano nel card. Martini il suo non giudicare nessuno e non polemizzare, il non imporre nulla, il suo impegno civile e sociale, il suo porre problemi alla Chiesa affinché si aprisse agli altri condividendo le sofferenze delle persone in difficoltà e facendo il possibile per aiutarle e farle sentire a casa propria nella Chiesa. La "Cattedra dei non credenti" è stata per me una delle sue più profetiche iniziative pastorali e missionarie.

    I credenti invece lamentavano diverse sue uscite, che apparivano un "contraltare" al magistero e alla Tradizione ecclesiale, ma erano una provocazione "missionaria" al corpo mistico di Cristo (un miliardo e 200 milioni!) che si muove lentamente, perché la Chiesa misura il tempo non ad anni ma a secoli. La sua era una fede che "si è fatta prossimo", non un "vogliamoci bene perché questo solo è importante".

    La fede di Martini era ferma e chiara, ma anche aperta alla ricerca del confronto con le ragioni degli altri. Non voleva una vita cristiana abitudinaria, voleva una fede che non lascia tranquillo il credente, ma lo mette di fronte ai non credenti e quindi a dare ragione del suo credere e ad interrogarsi se la propria vita rende testimonianza a Cristo, se è una luce che riscalda e illumina, oppure una fiammella di candela vacillante o un lievito che non sa di niente. La presenza dei non credenti vicini a noi, nella nostra stessa famiglia e società, deve interrogarci e convertirci a Cristo. Anche questo è spirito missionario.

    Sono convinto che più passa il tempo, e svaniranno gli aspetti non comprensibili o anche discutibili del suo magistero, più il card. Martini sarà compreso e apprezzato per l'atteggiamento che aveva, autenticamente missionario, di fronte ai non credenti o comunque ai "lontani" da Cristo e dalla Chiesa.

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